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Riecco il "Gatto selvatico"

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di Giuseppe Marchetti

Quante furono le riviste di cultura che invasero il mondo  italiano dopo la fine del secondo grande conflitto mondiale?
Moltissime, e se n'è perduto il conto. Alcune ebbero vita lunga e  illustre, altre durarono per qualche numero e poi si spensero.  Tutte, però, rappresentarono il forte e impetuoso «evviva» di un  mondo letterario che risorgeva e quel mondo filtrò sino alle  radici di un nuovo modo di fare letteratura che il passare degli  anni e delle altre esperienze nel settore ha poi tanto efficacemente consolidato.
Facciamo qualche titolo: «Comunità» (1946) periodico  «aziendale» fondato da Adriano Olivetti. «Pirelli» ('48) diretta  dall'ingegner Leonardo Sinisgalli, poeta, critico letterario e d'arte, narratore, che nel '51 darà vita a «Civiltà delle Macchine»  organo di Finmeccanica e poi dell'Iri, per non dire di «Società»  ('45) di Ranuccio Bianchi Bandinelli, di «Problemi» di Giuseppe  Petronio, di «Aut-Aut» ('51) di Enzo Paci. E del «Gatto selvatico»  che nel '55 Enrico Mattei affiderà alla direzione di Attilio Bertolucci al quale già dal '50 Longhi e la Banti avevano affidato la  redazione di «Paragone». Tito De Stefano che nel '45 aveva  diretto la «Gazzetta di Parma» passando poi all'Ufficio Stampa  dell'Eni, fece da tramite fra Mattei e Bertolucci rimasto poi  sempre molto affezionato a questo suo incarico che gli permise di  coinvolgere nel progetto amici vecchi e nuovi, scrittori di varie  generazioni, nomi di gran pregio e altri destinati a diventarlo. Del  «Gatto selvatico» (1955-1964) ci offre ora un'agile antologia di  racconti (altri futuri volumi Bur conterranno altre cronache e  contributi) Paolo Di Stefano con «Viaggio in Italia. Un ritratto  del Paese nei racconti del «Gatto selvatico» (1955-1964). Il volume  edito da Rizzoli - in libreria dal 24 agosto - raccoglie pagine narrative di Anna Banti, Giorgio  Bassani, Giuseppe Berto, Alberto Bevilacqua, Giorgio Caproni,  Carlo Cassola, Giovanni Comisso, Raoul M. De Angelis, Giuseppe  Dessì, Carlo Emilio Gadda, Alfonso Gatto, Natalia Ginzburg,  Raffaele La Capria, Gianna Manzini, Goffredo Parise, Leonardo  Sciascia e Mario Soldati. Ma la rivista rotocalco e il suo direttore  coinvolsero anche la «Officina parmigiana» (la definizione come  è noto è di Pasolini) che annoverava tra i suoi membri amici  Roberto Tassi e Giorgio Cusatelli, Alberto Bevilacqua e Giuseppe  Tonna, Giancarlo Artoni e Luigi Malerba, Francesco Squarcia e  Ubaldo Bertoli, Carlo Mattioli ed Egisto Corradi, Antonio Delfini  e Oreste Macrì, Giacinto Spagnoletti e Pietrino Bianchi, Erberto  Carboni e Atanasio Soldati. «Gatto Selvatico» dunque nacque così, con alla redazione un giovanissimo Romano Costa, con  Squarcia che teneva la rubrica dei libri, Bertoli quella dei lavori  dell'Eni, Pier Maria Paoletti quella della tavola e della lirica, Etty  Viola quella della moda, Giulio Cattaneo quella della «buona  educazione» e Bianchi quella del cinema, il tutto sotto la guida  grafica irriverente ed estrosa di Mino Maccari. Scrive giustamente Di Stefano che la rivista di Bertolucci e soci (mai intesa più  sincera e amichevolmente complice s'instaurò tra direttore e  collaboratori) «si inserisce con caratteri peculiari in questo filone che coniuga un autentico impegno politico-culturale con  evidenti propositi di marketing e di autorappresentazione, cercando di cavalcare i nuovi slanci di un Paese animato dal cambiamento e dalle grandi speranze di ricostruzione, e convinto,  per altro, che non c'è sviluppo economico senza progresso culturale». Ma Bertolucci guardava ancora più in là: guardava alla  cultura letteraria come ad un traguardo che andasse oltre le pur  giuste ambizioni dell'Eni e della rivista, cioè che essa facesse  cultura, la creasse, la vivesse e l'imponesse. Da qui, la scelta degli  scrittori e dei racconti che formano il volume: la scelta preziosa  col suo valore letterario e poetico in primo piano - insomma,  anche chi c'è e chi non c'è - il sospetto verso l'avanguardia e  l'apertura invece verso il racconto di viaggio e di costume che  Bertolucci gradiva molto sapendolo perfettamente usare in tante  pagine di «Aritmie». E poi il gusto della cronaca che diventa  riflessione (esemplari le pagine di Bassani e della Banti) e degno  di ogni più raffinata lode «Lo zio» di La Capria con le sue sei  «ossessioni» simili a quelle dei ciclisti di provincia descritti con  affetto da Bevilacqua. Il «Gatto Selvatico» s'impose mentre declinavano inesorabilmente il realismo e il neorealismo italiani, li  accompagnò in maniera piacevole e istruttiva, un miracolo di  equilibrio che Bertolucci guidò con amabile rigore dentro «il  pozzo esplorativo» della letteratura, il suo «wildcat» appunto, di  ricercatore e di poeta.
Viaggio in Italia - Rizzoli, pag. 220, 9,90
 

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