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Ritorno dell'Inquisizione nel Ducato

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Pier Paolo Mendogni
Vi sono personaggi che hanno influito sul corso della storia del ducato di Parma e di Piacenza ma che sono rimasti nell’ombra, ignorati anche dalla maggior parte degli studiosi locali. E' il caso del domenicano Vincenzo Giuliano Mozani (1726 - post 1798) che Federica Dallasta ha «estratto» dalle carte degli Archivi Vaticani e l’ha riportato sotto i riflettori degli avvenimenti legati al regno di don Ferdinando di Borbone che hanno riguardato l’Inquisizione a Parma, soppressa nel 1769 e ripristinata nel 1780.
Una vicenda che è stata affrontata da molti studiosi ma sulla quale Federica Dallasta ha gettato nuova luce in quanto per la prima volta ha consultato il materiale, inedito e sconosciuto, conservato nell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, trovando documenti di rilevante interesse che sono stati pubblicati a corredo della relazione, intitolata «Appoggi, archivio, astuzie Le armi dell’Inquisitore di Parma Vincenzo Giuliano Mozani», da lei presentata al convegno svoltosi in Germania all’Università di Munster i cui atti hanno visto la luce col titolo «Inquisition und buchzensur im zeitaler der aufklärung» (Inquisizione e censura libraria all’epoca dell’Illuminismo).
Si chiarisce così «il ruolo giocato dai domenicani, dagli inquisitori e dalla Congregazione romana del S. Ufficio nell’indirizzo politico del duca don Ferdinando di Borbone». Se dal 1759 al 1771 il ducato ha vissuto il periodo delle riforme sotto la guida di Du Tillot diventando «un laboratorio illuminato» dal 1771 (licenziamento del Du Tillot) all’arrivo delle truppe francesi (1796) la situazione si è capovolta con l’azzeramento di numerosi provvedimenti e il ripristino della situazione precedente, auspicato dai conservatori.
L'Inquisizione, infatti, a Parma è stata oggetto «di interventi contradditori da parte del potere laico, essendo stata considerata dapprima un simbolo di oscurantismo, di fanatismo superstizioso, di salvaguardia dei privilegi, di negazione della razionalità moderna, poi emblema della difesa dei valori fondamentali della società, quindi garanzia di convivenza pacifica, rispetto dell’ordine e del diritto». I cittadini erano divisi come i religiosi: da una parte i giurisdizionalisti, regalisti e dall’altra i tradizionalisti in uno scontro violento anche sul piano culturale, combattuto perfino sull'uso delle immagini sacre: i regalisti facevano demolire la cappella della Santa Croce, affrescata dai collaboratori del Correggio, dove si celebravano i processi dell’Inquisizione, i tradizionalisti diffondevano immagini legate alla lotta contro l’eresia.
Non era stato facile fare firmare a Don Ferdinando, sebbene non ancora diciottenne, il decreto di soppressione del S. Ufficio: c'erano volute le pressioni del suo primo ministro, dei sovrani di Francia, Spagna e dell’Impero asburgico, come riporta nelle sue lettere Vincenzo Giuliano Mozani, in quel periodo vicario dell’Inquisizione e nominato titolare al ripristino del S. Ufficio. Don Ferdinando, infatti, aveva una spiccata simpatia per i domenicani e odiava i metodi severi dei suoi razionalisti precettori francesi, cosicché fini per seguire una devozione ingenua, che lo fece accusare di bigottismo. Già subito dopo la soppressione dell’Inquisizione ordinava di permettere al Mozzani di sottrarre i documenti più importanti dall’Archivio del tribunale. Poi, allontanato il Du Tillot, non faceva mistero di voler ripristinare il S. Ufficio, nonostante l’ostilità delle grandi potenze.
Le trattative furono lunghe, laboriose e si svolsero su un doppio binario: quello ufficiale e quello ufficioso, quest’ultimo condotto dallo stesso duca e da quattro domenicani tra cui i padri Mozani e Migliavacca, che nel 1779 andava a Roma come Commissario della Congregazione del S. Ufficio.Il Mozani si dimostrava di una straordinaria abilità nell’evidenziare i diritti dell’Inquisizione sulla base dei documenti archivistici, nel sostenere la necessità di un giusto equilibrio tra inflessibilità e clemenza per sfatare al Tribunale «quella nota di crudeltà che i malevoli li hanno imposto» e soprattutto nella destrezza diplomatica usata «per trattare il nodo politico, fiscale e ecclesiastico» così da riuscire ad ottenere la riapertura del S. Ufficio. Aveva tenuto lui i rapporti diplomatici tra il Duca e la Santa Sede e il 24 giugno 1780 la Congregazione si pronunciava a favore del testo proposto, denominato «Sistema di Ferdinando»; il 2 agosto il Duca promulgava l’Editto di ristabilimento nei suoi ducati del S. Ufficio.
Regista dell’operazione era il Mozani, autore dei testi che garantivano all’Inquisizione libertà e molti privilegi. Nominato inquisitore, si trovò a dover giudicare diverse cause per proposizioni ereticali (negazione dell’Inferno, della Trinità), per stregoneria, per atti turpi (anche di religiosi), per aver mangiato cibi vietati in Quaresima, e una anche contro un tale che aveva utilizzato il cranio di un defunto per cercare un tesoro.

 


 

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