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Estetica antitotalitaria

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di Sergio Caroli

E' noto che la Grande Crisi degli anni Trenta, l’avvento del nazismo in Germania e la guerra civile spagnola, spinsero molti intellettuali americani ad abbracciare l’ideologia comunista. Poco noto è invece il fatto che i più critici fra loro avversavano la politica del Fronte popolare che induceva il partito comunista a corteggiare Roosevelt, ma erano al tempo stesso disgustati dai processi-farsa di Mosca. Il trotskismo parve loro una ventata di aria fresca in grado di schiudere nuovi orizzonti a sinistra. I letterati avvertivano il fascino che si sprigionava dalla tragedia di Trotsky, dalla sua oratoria e dal suo genio letterario, cosicché il trotskismo divenne una moda destinata a lasciare profonde tracce nella letteratura americana. Ne subirono l’influsso scrittori e critici come Edmund Wilson, Sidney Hook, James T. Farrel, Dwight Macdonald, Charles Talmud, Philip Rahv, James Rorthy, Harold Rosemberg, Clement Greenberg, Mary McCarthy e moltissimi altri. Cuore del «trotskismo letterario» era la «Partisan Review», diretta da Philip Rahv e da William Phillips, pubblicata dal John Reed Club e indirettamente dal partito comunista. Trotsky, esule in Messico, a Coyoacan, fu invitato a collaborarvi.

E su quelle pagine apparve, nel settembre 1938, un documento destinato a entrare nella storia per l’alto valore storico-letterario e per il significato profetico. André Breton, il poeta surrealista francese, e Diego Rivera, il grande pittore messicano, ispirati da Trotsky (che mise ampiamente mano alla redazione del testo), vi pubblicarono il «Manifesto per la libertà dell’arte», nel quale affrontarono in termini originali i problemi del rapporto fra intellettuali e potere, auspicando la formazione (ma il progetto fallirà) di una Federazione internazionale di scrittori e artisti per resistere alle pressioni totalitarie sulla letteratura e sulle arti. Giunto nel febbraio di quell'anno a Coyoacan, Breton era da lungo tempo un ardente ammiratore del rivoluzionario russo. A bordo della nave che lo riporterà in Francia, così gli scriverà: «Très cher Lev Davidovic, rivolgendomi a voi in questa forma ora, mi sento meno intimidito che in vostra presenza. Ho desiderato tante volte di chiamarvi così: ve lo dico perché vi rendiate conto di quale inibizione io sia vittima ogni qual volta sento di avvicinarmi a voi, sotto i vostri occhi». Quella inibizione derivava da una «ammirazione sconfinata», era «un complesso di Cordelia» che si impadroniva di Breton ogni qualvolta si trovava faccia a faccia con Trotsky. Asciutta fu la risposta che ricevette: «Il vostro panegirico mi sembra così esagerato che sono un po' preoccupato per i nostri rapporti futuri». Durante il soggiorno a Coyoacan, Breton, Trotsky e Rivera fecero lunghe passeggiate discutendo di politica, arte, marxismo ed estetica. Trotsky provava una certa simpatia per il surrealismo, come per ogni innovazione artistica, accettandone la focalizzazione quasi freudiana sull'inconscio e sui sogni, ma poco credeva alla «corrente mistica» nell’opera di Breton. Da quelle discussioni nacque l’idea del «Manifesto»: «Approvo - scrisse Trotsky in una lettera - senza riserve l’idea (...). Il nostro pianeta sta diventando una sudicia baracca puzzolente (...) più ignorante e ottuso è un dittatore, più si sente destinato a dirigere lo sviluppo della scienza, della filosofia e dell’arte. L’istinto di gregge e il servilismo dell’"intellighenzia" sono un altro chiaro sintomo della decadenza della società contemporanea». Le idee del «Manifesto» - che postulava la massima libertà espressiva come necessaria pre-condizione alla creatività dell’artista - erano in parte quelle espresse da Trotsky in «Letteratura e rivoluzione» quindici anni prima, quando aveva tentato di prevenire il dispotismo staliniano sulla letteratura e sulle arti. L’unione creativa del conscio con l’inconscio costituiva per lui «l'ispirazione».

Ogni scrittore - sosteneva - conosce dei momenti creativi, durante i quali qualcosa di più forte di lui guida la sua mano. E’ l'ispirazione. Deriva dal più grande sforzo creativo della personalità intera: «L'inconscio si alza allora dalle profondità, sottomette il conscio alla sua volontà, si confonde con lui in una sintesi più grande». Ora Trotsky fustigava «i sicofanti dello stalinismo, gli Aragon, gli Ehrenburg, i piccoli imbroglioncelli che al pari di Barbusse compongono con lo stesso entusiasmo biografie di Gesù Cristo e di Giuseppe Stalin». Persino sotto le monarchie assolute, osservava, l’arte di corte era basata sull'idealizzazione, ma non sulla falsificazione, mentre «nell’Unione Sovietica l’arte ufficiale (non ne esiste altra) segue la sorte della giustizia ufficiale. Il suo scopo è quello di esaltare il capo e di fabbricare ufficialmente un mito eroico (...). Lo stile della pittura ufficiale sovietica viene definito ''realismo socialista'': un’etichetta che può essere stata inventata soltanto da un burocrate a capo di un dipartimento artistico». Il realismo «consiste nell’imitare i dagherrotipi provinciali del terzo quarto del secolo scorso; lo stile ''socialista'' nell’usare trucchi fotografici affettati per rappresentare eventi che non hanno mai avuto luogo». Di rara potenza questo passo: «Non si possono leggere senza orrore e repulsione le poesie e i romanzi e le sculture, in cui funzionari armati di penna, pennello e scalpello e sorvegliati da altri funzionari, armati di rivoltella, esaltano i ''grandi leaders di genio''. Che non hanno in sé nemmeno una scintilla di genio o di grandezza». Sono idee oggi patrimonio della coscienza universale, ma va ricordato che se già nell’autunno del 1938 i trotskisti russi erano stati tutti sterminati, il «Manifesto» rimase sotto anatema nell’Urss sino al collasso del 1989.   

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