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"L'Otello? Lo abbrucerei"

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Gian Paolo Minardi

Entro il vastissimo tessuto epistolare verdiano si pone come vero e proprio asse portante la corrispondenza con la Casa Ricordi cui il compositore rimase legato per l’intera, lunghissima sua vicenda creativa; un rapporto nato alla vigilia del suo debutto scaligero, non senza ombre - «Ricordi mi disse di avere il diritto di stampa senza dare nissun compenso. Questo non mi sembra giusto», così l’esordiente Verdi commentava con Massini. Le ombre in effetti saranno tante, sempre dissolte attraverso la forza dialettica con cui la personalità del musicista riusciva ad affrontare le varie questioni, pratiche non meno che ideali. La portata di questo epistolario è dunque di straordinario interesse nel ricreare con una tangibile concretezza il contesto, amplissimo - dal 1845 al 1900 testimoniato da ben 3.500 documenti - entro cui ha preso vita e si è sviluppato l’intero itinerario verdiano. L’impegno intrapreso dall’Istituto Nazionale di Studi Verdiani di realizzare un’edizione critica di tale importante materiale, movendo dagli anni ottanta, trova ora una cospicua offerta con il carteggio riguardante gli anni 1886-1888, seguente i due precedenti, relativi rispettivamente al 1880-81 e al 1882-85. Si completa così un’arcata oltremodo tesa abbracciante una fase di grande complessità, quella di un Verdi che ha superato la settantina e si trova ad affrontare un nuovo cimento drammaturgico, fermo nella sua visione e pur sensibile alle nuove sollecitazioni della «musica dell’avvenire». Quest’ultimo volume, curato da Angelo Pompilio e Madina Ricordi, in cui sono raccolti 381 documenti oltre una ricca appendice, si rivela di forte attrattiva, concentrato interamente sull'«Otello», l’opera che apre una svolta cruciale e che già nei carteggi precedenti si era insinuata più fugacemente, dopo che nel 1879 Boito aveva completato il libretto, preda troppo preziosa per l’intraprendente Ricordi. Ora l’intreccio di questi nuovi carteggi ci consente di rivivere la vicenda dell’uscita allo scoperto dopo le lunghe reticenze del musicista fino all’andata in scena , con tutte le problematiche connesse. L’interlocutore principale è Giulio, figlio di Tito il quale riaffiora qua e là limitando la sua presenza alle questioni per lo più amministrative. Ben diverso il rapporto con Giulio, più giovane di ventisette anni di Verdi, un rapporto ben più arioso riflettente una personalità dal profilo complesso, inquieto anche, nei modi con cui partecipa alla temperie del proprio tempo, non solo come editore ma pure come artista, discreto musicista con il «nom de plume» di Burgmein e anche stimato pittore, ciò che stabilisce nel colloquio con Verdi un confronto sostanzioso, attivando un rapporto confidenziale; naturalmente due voci fortemente differenziate, l’una elegantemente verbosa nella mobilità del gioco diplomatico, l’altra stringata, essenziale, riflesso di quel «far breve» che ispirava la stessa invenzione musicale. Tra queste due voci quella di complemento, preziosa nei chiarimenti come nello smorzare gli attriti di Giuseppina. Un romanzo privato, per certi tratti, che lascia scorgere le consuetudini borghesi di una vita regolata sul passo delle stagioni, lo svernare a Genova, le «acque»  di Montecatini, le soste a Sant'Agata; e pure uno sfondo realistico, legato agli affari, dove l’occhio di Verdi è sempre vigile, acutissimo, lungimirante anche, pronto come si dimostrerà nell’offrire a Giulio una somma molto consistente, praticamente il valore dei diritti di «Otello» , quando la Ditta si trasformerà in società in accomandita. Ma il cuore pulsante del volume è «Otello»: una volta liberato dalle diplomatiche reticenze - «si darà o non si darà» - l’opera pone a Verdi il problema della ricerca dei cantanti, vero e proprio tormentone per il quale chiede aiuto ai più fidati, Boito, Muzio, lo stesso Giulio anche se poi vuol sempre aver un controllo diretto sobbarcandosi a lunghi viaggi, come avverrà per «toccar con mano» la rispondenza di Maurel, impegnato a Parigi. Il carteggio diventa al riguardo uno straordinario testimone della crucialità che Verdi poneva nell’individuazione del profilo più rispondente, non solo in termini vocali ma soprattutto drammatici; da ciò le riserve per la Pantaleoni: «un’artista tanto appassionata, ardente, violenta come potrà moderarsi e contenersi nella passione calma ed aristocratica di Desdemona?» e ancora i dubbi, poi superati, per lo stesso Tamagno nel ruolo protagonistico: « Vi sono delle frasi larghe, lunghe, legate che vanno dette a mezza voce cosa impossibile per Lui». Lo stesso scrupolo per quanto riguardava la messa in scena, attestanti la tensione unitaria che guidava il suo progetto drammaturgico, scaturito sempre da una sollecitazione visiva, proiettata nel caso di «Otello» verso una prospettiva immaginaria tutta a venire, ciò che spiega l’insoddisfazione di Verdi dopo il trionfale decollo scaligero: «...non tutto era bene...Decorazioni mal intese, ''mise en scene'' mal regolata...Il fuoco di gioia...Il Bastimento...La tempesta et. et. meschini assai assai», con una coda amara : «poi e poi! Povero Otello! Deploro che sia venuto al mondo...Del successo? Cosa me ne importa! Amen». E ancora: «Sono tanto stufo di sentire parlare d’Otello che quasi lo abbrucerei se fosse in mia mano! Mai tante noje per nissuna altra opera! Mai così scontento!...Così sono le gioje dell’Arte»! E tuttavia ci sarà ancora il sorriso autunnale di Falstaff a stemperare tali malinconie.

Carteggio Verdi-Ricordi (1886-1888)
   Istituto nazionale  Studi verdiani, pag. 517, € 50,00

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