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Cosa resta oggi dell'Urss

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Sergio Caroli

D opo il collasso del «comunismo reale» nell’URSS e l’accesso seppure vigilato e limitato ai suoi archivi, nuove possibilità d’indagine si sono aperte agli studiosi. Ha messo a frutto questa opportunità Vittorio Strada, professore emerito di Letteratura russa all’Università Cà Foscari di Venezia, nel volume «Lenin, Stalin, Putin - Studi su comunismo e postcomunismo» (ed. Rubbettino), che, in una serie di capitoli per lo più inediti, offre una organica ricerca coerentemente sviluppata nel tempo e portata a esiti consequenziali. Vi si illustrano «la grandezza tragica e la miseria grottesca del comunismo storico» in Russia e il suo lascito, «tema oggi per lo più censurato o rimosso per complicità o insipienza, e che come tale va analizzato con spirito critico», scrive l’autore. Eventi trascurati come le origini del culto di Stalin e di Lenin, o le relazioni fra l’autocrazia zarista e il nazionalismo russo prima e dopo il crollo dell’URSS, vi sono oggetto di un’analisi originale, che porta a sintesi i nuovi apporti storiografici, russi e non. Vi si indagano inoltre fatti inesplorati come le varie trasformazioni subite dall’inno nazionale russo. 

Commentando il saggio «Krasnaja smuta» dello storico Vladimir Buldakov, lei afferma che nessun’altra rivoluzione ha generato tanta mistificazione quanto quella russa. Perché è importante quel libro?
«Vladimir Buldakov  mi sembra il più interessante storico russo d’oggi. Il suo libro ''Caos rosso'' è un’interpretazione originale della ''Rivoluzione d’Ottobre'' grazie a materiali nuovi illuminati con strumenti non tradizionali come l’antropologia culturale: esso rende obsoleti molti studi anche occidentali, per non parlare di quelli sovietici e comunisti da tempo degni del macero, e apre prospettive per una feconda discussione, come è avvenuto in Russia».

 Come spiega il fatto che per una parte considerevole dell’opinione pubblica russa Stalin è oggi una sorta di "eroe nazionale"?"
«Per capire le ragioni dell’attuale ''riabilitazione'' di Stalin e della sua popolarità bisognerebbe ricostruire l’ideologia che la dirigenza politica di Putin ha reso egemone grazie anche al monopolio dei mezzi di diffusione di massa, dalla televisione al cinema, ai manuali scolastici eccetera. Si tratta di una ideologia eclettica, ben diversa da quella del vecchio regime comunista, ma assai abile, che combina sentimenti neonazionalisti e risentimenti antioccidentali, idealizzazioni del passato imperiale sovietico e pregiudizi antiliberaldemocratici, un esclusivismo religioso-clericale proprio della Chiesa ortodossa e la convinzione di una superiore peculiarità nazionale rispetto al resto del mondo. Qui basta dire che lo Stalin oggi esaltato non è il capo del comunismo internazionale, ma il dittatore che portò il Paese al trionfo militare nella Seconda guerra mondiale e ne fece una grande potenza nucleare, con la precisazione che per ''Paese'' i neostaliniani intendono non l’URSS, ma la Russia»".

 Al rientro in Russia dall’esilio, Alexandr Solzenicyn compì un viaggio di cento giorni da Vladivostock a Mosca incontrando e discutendo con molte centinaia di persone. Ne trasse il saggio "La Russie sous l’avalanche", mai tradotto in Italia, che era un tremendo atto di accusa contro i nuovi dirigenti del Cremlino che avevano consentito ad avventurieri senza scrupoli di accaparrarsi interi "kombinat" industriali a prezzi ridicoli. Poco prima della morte del grande scrittore, Putin gli rese una visita-omaggio. Chi era cambiato, Solzenicyn o Putin?
«Ritengo che Solzenicyn abbia fatto bene a rifiutare a suo tempo una onorificenza da parte di Eltsin e che sia una macchia l’averla accettata poi invece da Putin: avrebbe dovuto mantenere fino in fondo la sua indipendenza rispetto al potere, a maggior ragione quando questo era impersonato da un ex agente della polizia politica sovietica. Quanto a Putin, il suo ''corteggiamento'' dell’ormai vecchio e malato scrittore è stato un atto di abilità politica, un esempio di quella spregiudicatezza che, all’opposto, gli ha consentito di imporre come inno nazionale della Federazione russa il vecchio inno sovietico opportunamente modificato nel testo. Rispetto ai fini della sua politica i mezzi e gli strumenti possono essere i più diversi».

 Perché ritiene saggia la divisione dell’Urss, avvenuta trasformando i confini amministrativi in confini statali»?
«Perché era l’unica soluzione, dopo il collasso dell’Unione sovietica, per evitare una guerra civile analoga a quella che insanguinò la Jugoslavia, con la differenza peggiorativa che nel caso sovietico si sarebbe trattato di una catastrofe di proporzioni non solo locali».

In quali termini definisce il disegno politico di Putin in ambito internazionale?
«E' quello di una riaffermazione della Russia come potenza nel gioco internazionale in opposizione al residuo predominio americano, ma cercando di evitare un contrasto diretto con l’America, e con un orientamento verso l’Europa per integrarsi in essa grazie alla propria supremazia in campo energetico, erodendo il ''patronato'' americano sul Vecchio Continente. Naturalmente, il gioco globale è assai più complesso, ma qui non si può andare oltre».

Una domanda di carattere personale, professore. Lei dichiara che la sua posizione è isolata nel panorama della cultura attiva in Italia. A quali cause attribuisce questa sua condizione?
«Sono un ''isolato'' grazie all’anomalia se non unicità del mio percorso culturale e politico, direi addirittura biografico, e alla mia indipendenza rispetto a tutti gli schieramenti in lizza. Per questo ho dedicato il mio ultimo libro ''ai miei lettori'', sapendo che sarebbe stato trascurato dai ''recensori'', mentre per la crucialità dei suoi temi dovrebbe essere discusso criticamente.

■  Lenin, Stalin, Putin - Studi su comunismo e postcomunismo
    Rubbettino, pag. 409, € 20,00         

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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