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Il racconto della domenica - Torno a prendere il cappuccio

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Felice Modica

Ricordo bene quando la comprai, in un negozio di Milano.
Costava uno sproposito, per un articolo dedicato al tempo libero, e soprattutto per le mie finanze. Ma era bella, e aveva l’aria di essere molto comoda. Quel che si dice un indumento “tecnico”: leggero e resistente, caldo e di scarso ingombro. La comprai, senza pensarci troppo. C’ho girato il mondo. Lapponia svedese, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Georgia, Albania, Balcani, Est Europa, Sud America: la vecchia giacca mi ha accompagnato fedele e discreta, proteggendomi dalla neve, dall’acqua, dal vento. Ogni viaggio, su di lei - come su di me - uno sbrego, un segno del tempo portato con la dignità di chi si è sempre sforzato di vivere. Ed anche quando, per forza di cose, è stata rimpiazzata da altri modelli nuovi, in un angolo della valigia, ho sempre lasciato un posto anche per lei. Un portafortuna capace – giuro! – di cambiare il corso negativo degli eventi.
La mia giacca è verde bosco ed ha un cappuccio agganciato al colletto con alcuni “bottoni automatici”. Non lo uso mai, perché porto il berretto (anche lui ne avrebbe, di storie da raccontare…). L’avrò indossato un paio di volte, in circostanze davvero eccezionali. L’ultima è stata un mese fa, nel Sud dell’Argentina, a caccia di acquatici. Nascosto in una buca scavata nel terreno, aspettavo l’alba in una fredda notte stellata, quando il termometro segnava una temperatura di – 7° C. e il pampero, il vento freddo che soffia dalla Patagonia sferzava la campagna, foriero di palmipedi e anseriformi. Forti emozioni, che per forza dovevo condividere con la vecchia cacciatora, protetto dal suo cappuccio. Che è stato straordinario. Poi, dato che quella alle anatre non è la mia caccia, ho smesso nelle prime ore del mattino. Il cane aspetta – mi sono detto – c’è ancora da inseguire le pernici. Finché il fiato e la salute resistono… E’ però accaduto un fatto increscioso, almeno per me. Ora, chi conosce la pampa argentina, sa bene che è tutta un susseguirsi di appezzamenti recintati, con paletti di legno e fil di ferro. Si tratta dell’unica interferenza umana nella pratica di allevamento del bestiame allo stato brado. I bovini sono raggruppati per sesso ed età all’interno di questi stazzi, che a volte sono elettrificati, con una semplice batteria d’auto: una scossa dolorosa, ma non letale, costituisce un valido deterrente per gli sconfinamenti. Lo apprendono prestissimo i cani che girano per la pampa; impara presto anche il cacciatore, che sta attento a scavalcare i fili abbassandoli prima con gli stivali di gomma. Ebbene, quella volta, mentre superavo una recinzione, qualcosa mi ha strattonato la giacca. Compresi che doveva trattarsi di filo spinato, una giuntura maligna e inappropriata messa lì dal Destino. Controllai, è vero, la mia vecchia giacca, e fui sorpreso di non trovarvi uno squarcio. A posteriori, dico che mi allontanai dal luogo quasi con un oscuro presentimento. Ma il sole era già tramontato, il cane si trascinava per la stanchezza e presto ci attendeva entrambi lo stress di un lungo volo intercontinentale. La vecchia cacciatora si era “difesa”, ancora una volta. All’apparenza non aggiungeva altre “ferite”, al suo carnet di “medaglie al valore”. Ma era priva del cappuccio, l’accessorio di cui solo poche ore prima avevo scoperto la straordinaria funzionalità.
Adesso, che sono veramente in trincea, ogni tanto apro l’armadio delle cose di caccia e vedo la mia giacca gloriosa, con gli attacchi dei bottoni automatici ormai inutili. Sembra “guardarmi” con espressione di muto rimprovero. Lo so, la letteratura e la vita sono piene di gente che ha detto alla moglie: “cara, vado a comprare le sigarette”, e poi magari neppure fumava…
Ma io ho scolpito nella mente il luogo in cui è rimasto il cappuccio. Ne conosco le coordinate. Forse, in questo momento, un armadillo lo sta utilizzando come caldo rifugio. Oppure è rimasto a terra, a farsi imbiancare dalla neve. Un giorno di questi, giuro, lo faccio. Dirò ai miei: “Esco. Torno a prendere il cappuccio…”.  

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