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"Poesia è trasgressione"

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 di  Francesco Mannoni

 

La poesia del terzo millennio ha il volto dolce e sereno di Yves Bonnefoy, il più grande poeta francese vivente, tradotto in trentadue lingue e più volte candidato al premio Nobel. A questo placido ottantottenne, di cui la Mondadori ha da pochi mesi pubblicato un Meridiano con «L’opera poetica» - a cura e con un saggio introduttivo di Fabio Scotto -, è stato assegnato il Premio Viareggio-Versilia 2011. La consegna avverrà il 26 agosto nella nota località balneare durante una cena di Gala, in concomitanza con la premiazione dei vincitori per la narrativa, la saggistica e la poesia dell’ottantaduesima edizione del Premio Viareggio- Rèpaci,  giunta felicemente in porto nonostante le polemiche tra Comitato e Comune che hanno movimentato la competizione di quest’anno. 
Bonnefoy, all’intensa attività poetica  vissuta tra surrealismo e esistenzialismo, ha affiancato quella di saggista e traduttore e nel 1981 è stato nominato alla cattedra di studi comparati della funzione poetica al Collège de France. 

 Che cosa può dare oggi la poesia ai lettori giovani e non?
«Quello che può dare la poesia è una  ripresa di contatto con la realtà delle cose o delle persone, dalle quali siamo separati dal discorso ordinario, nel quale queste realtà, che dovrebbero essere l’accompagnamento naturale della nostra esistenza,  non appaiono più, nella nostra epoca, se non come proiezioni prodotte dal pensiero concettuale: se ne può parlare ma non si incontrano direttamente nel luogo dove siamo e durante la nostra vita. E questa ristabilita prossimità è molto importante, per consentire al lettore di sfuggire alla solitudine alla quale troppo spesso è condannato nel mondo dove ci troviamo, devastato com’è dalle astrazioni e dalle generalizzazioni». 

Per lei invece, che cos’è la poesia di cui scrive da oltre cinquant’anni?
«La poesia, per me, è non enunciare verità di natura morale o filosofica ma ricreare le presenze. E per riuscire in questo, praticare una scrittura che, con i suoi ritmi e le sue immagini, sfrondi le parole dal loro contenuto concettuale, con il risultato di far emergere  in loro non più gli intrecci dei significati ma la cosa stessa in quello che ha di “aperto”, come diceva Rilke. Questo non vuol dire che nella poesia non ci siano enunciati, elementi di racconto, ma gli uni e gli altri non si sono formati nel testo a seguito di questo riconcentramento  su un reale ritrovato nel proprio ''se stesso'', che è poi un se stesso ''per noi''. Dove sono dunque queste cose ritrovate? Non nello spazio astratto delle formulazioni generali, ma nella nostra vita più personale, quella dove sperimentiamo  i nostri affetti».

Poesia e mistica che cosa hanno in comune ?
«Hanno in comune il momento originario:  tutte e due si allontanano dal discorso ordinario, che conosce soltanto rappresentazioni, per andare direttamente alla cosa, alla realtà stessa nel suo profondo, là dove è ancora al di qua della frammentazione operata dal pensiero concettuale: vale a dire ancora una parte dell’unità fondamentale del tutto. Ma su questa via mistica e poesia si separano. La mistica vuole impegnarsi sempre di più in questa unità, perde di vista il linguaggio, sceglie il silenzio. E il poeta ricorda che se  è proprio il linguaggio  quello che frammenta la realtà e ci priva della sua presenza, lo stesso linguaggio è quello che ci mette in relazione con gli altri esseri in un modo che è la nostra stessa realtà, la quale non può essere dimenticata se non a prezzo di perdere ogni spirito critico». 

Lei ha spesso sostenuto che fra scienza e poesia c’è molta affinità? In che cosa consiste il loro rapporto?
«Un’affinità dentro la differenza! La poesia è la trasgressione del piano dei concetti, diciamo del concettuale in quanto tale. Ma questo evidentemente non è volere fare a meno del pensiero concettuale,  è chiedergli piuttosto di non erigersi ad unico luogo della verità, in altre parole di riconoscere i propri limiti. Ora, questo è precisamente quello che fa la vera scienza, concetto per concetto. Quello che la poesia combatte non è la scienza ma l’ideologia, l’assolutizzazione fraudolenta d’un sistema particolare di nozioni e d’idee».

Lei ha dedicato vari libri al nostro paese. Che cosa le piace dell’Italia?
«Sì, davvero parecchi libri ! Oltre a queste opere, tra cui una è Roma, 1630, ho scritto a proposito di numerosi pittori italiani, da Masaccio fino a Morandi, e su alcuni poeti, tra cui Dante, L’Ariosto e Leopardi. Quello che mi piace dell’Italia è impossibile dirlo in  poche parole. Diciamo che la civiltà italiana è quella che ha meglio capito l’importanza, e nello stesso momento il pericolo, delle grandi immagini che costituiscono la nostra esperienza del mondo. I pittori, gli architetti, i musicisti, i poeti d’Italia hanno raddoppiato la bellezza dei luoghi con quella delle magnifiche immagini ricche di proposizioni metafisiche, con quelle differenze tra Roma e Venezia, Firenze o Napoli, che sono la vita stessa dello spirito».

Lei ha tradotto benissimo le poesie di Giacomo Leopardi. Che cosa lo avvicina a questa nostra gloria poetica? 
«Quello che mi piace in Leopardi è  il fatto che egli è a un tempo l’essere radicalmente lucido che ha percepito la solitudine della persona umana nell’universo e colui che oppone, a quello che potrebbe così divenire un pessimismo assoluto, una parola di poesia che ricrea l’essere attraverso la relazione con le altre persone, con un amore  che rende alle parole tutto il loro peso, tutta la  loro serietà, tutta la gravità. Le parole, le grandi parole semplici della lingua ordinaria diventano in lui le componenti di un luogo umano la cui preservazione deve essere il principale dei nostri impegni». 

 

 

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