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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - Lo chiameremo Lampo

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Silvia Marutti

Si presentò un pomeriggio di luglio nell’aria resa compatta dal calore e dall’umidità. Nonna Bianca sedeva fra il salice e il noce con i piedi in ammollo dentro una vecchia bacinella di rame. In una mano il ventaglio e nell’altra un bastone con cui percuoteva alternativamente il tronco dell’una e dell’altra pianta al fine di zittire le cicale che si esibivano insistentemente ormai da ore. Si presentò senza credenziali con lo sguardo confuso di chi spera che il peggio sia finalmente passato. «Rita, Rita...» chiamò nonna Bianca dalla sua postazione pseudo-tropicale: «Vieni subito, c’è un ospite…». Malvolentieri Rita abbandonò il fresco che i possenti muri trattenevano all’interno della vecchia casa per affacciarsi dalla penombra degli interni alla luce accecante dell’antica corte. Dopo alcuni secondi di adattamento ai bagliori del sole ancora alto, lo vide: trasandato, magrissimo, spaesato, ma con lo sguardo ancora acceso d’amore. Nonostante tutto. Nel frattempo Giulia e Teresa, richiamate dal vociare della nonna erano comparse a fianco della madre e insieme a lei fissavano con stupore lo sconosciuto. Poi spontaneamente si attivò la catena dei soccorsi. Sottratta a nonna Bianca la bacinella di rame, esproprio che mise in moto una litania infinita di lamentele peraltro inascoltate, la bacinella medesima venne riempita di acqua fresca e saponata dove fu immerso il viandante inatteso. Dopo il bagno, che gli conferì un aspetto decisamente più dignitoso e profumato, gli venne offerto un buon pasto e l’acqua nuova del pozzo affinché potesse dissetarsi. Finalmente lavato e saziato l’ospite si esibì in una lunga serie di guaiti, accompagnati da un insistente scodinzolare che esprimevano un benessere e una gratitudine profondamente umani.
«Lo chiameremo Lampo!» esordì improvvisamente Giulia rincorrendolo mentre scuoteva al sole il pelo nero e grigio per asciugarsi. Così all’unanimità Lampo divenne il nome del piccolo meticcio che in quel luogo trovò finalmente il suo posto. Si dimostrò da subito a proprio agio nello stare con quelle quattro meravigliose creature che si prendevano cura di lui. Si, perché anche nonna Bianca, fugato qualche insensato dubbio, lo accolse fra le sue braccia come un vecchio amico che ritorna senza preavviso da un lungo viaggio. Lampo le ricompensava quotidianamente con il suo amore disinteressato, incondizionato, commovente dimostrando ad ogni occasione la sua gioia ed esternando un’affettività giocosa e sincera. Nella sua nuova e definitiva collocazione Lampo imparò tante cose: a rincorrere i piccoli rospi che attraversavano lesti il prato fra il cortile e il fosso, a compiere incredibili balzi per afferrare nel buio le farfalle notturne. Imparò anche i doveri e i divieti. Al di là dei suoi istinti, doveva assolutamente rispettare e possibilmente difendere Ludovica, l’unica gallina che possedeva nonna Bianca. Fino al compiersi del tempo in cui la vita decide per noi un mutamento di rotta, un avvicendarsi di ruoli in un modo sempre imprevisto ed imprevedibile. Così nel buio di una sera di alcuni anni dopo Lampo, annusando sospettoso l’aria, abbandonò la caccia alle farfalle notturne e nell’intermittenza del canto dei grilli percorse rasente i muri il perimetro della casa per raggiungerne il retro dove Ludovica dormiva tranquilla avvolta dal volteggiare delle lucciole. Due fari gialli brillavano sinistri vicini alla gabbia. Lampo comprese e ricordò la lezione che al suo arrivo gli era stata impartita: rispettare e difendere la gallina Ludovica. Trovò la recinzione della gabbia sfondata e Ludovica prossima a una fine penosa. Non formulò alcun pensiero mentre si avventava verso il grosso cane randagio qualche istante prima che la gallina divenisse il suo pasto. Ma l’ospite, inatteso come lo era stato lui qualche anno prima, si dimostrò oltre che affamato, aggressivo e molto più forte di Lampo. Lo azzannò alla gola, nemmeno il tempo di un guaito, mentre Ludovica in un tripudio di penne fuggiva verso l’aia. Poi così com’era venuto se ne andò lasciando Lampo riverso sul prato a guardare per la prima volta con occhi diversi l’incanto delle stelle. L’alba lentamente si agghindava di un avorio rosato quando nonna Bianca raggiunse Ludovica per aprirle la gabbia in modo che potesse razzolare liberamente. Quando vide ciò che non avrebbe mai voluto vedere, chiamò a gran voce Rita e le ragazze come il primo giorno in cui Lampo, che ancora non era Lampo, le aveva trovate, scelte ed amate. Le quattro donne si avvicinarono a Ludovica che, con l’amore e il rispetto dovuti ad un vero amico si era accoccolata sopra un vecchio legno sul prato vicina a Lampo. Accolse così i loro passi silenziosi ed osservò le loro lacrime scendere sugli ultimi, impercettibili battiti del cuore generoso del loro piccolo, indimenticabile meticcio e sopra le piume delle sue ali bianche, raccolte ed immote come ogni cosa era in quel momento. 
 
 

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  • Daniele Tanzi

    28 Agosto @ 16.48

    Perchè, nella vita, tutto deve finire in tragedia?

    Rispondi

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