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Arte-Cultura

Bel Paese deturpato

Bel Paese deturpato
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di Sergio Caroli

Il paesaggio è il grande malato d’Italia. Basta affacciarsi alla finestra: vedremo villette a schiera dove ieri c'erano dune, spiagge e pinete, vedremo mansarde malamente appollaiate su tetti un giorno armoniosi, su terrazzi già ariosi e fioriti. Vedremo boschi, prati, campagne arretrare ogni giorno davanti all’invasione di mesti condomini, vedremo coste luminose e verdissime colline divorate da case incongrue e ''palazzi'' senz'anima, vedremo gru levarsi minacciose per ogni dove. Vedremo quello che fu il Bel Paese sommerso da inesorabili colate di cemento». Questo l’incipit del saggio «Paesaggio Costituzione Cemento - La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile» (Einaudi, pagine 326, euro 19) che al professor Salvatore Settis - archeologo e storico dell’arte che ha diretto la Scuola Normale di Pisa e che ora occupa la Cátedra del Prado a Madrid - è valso il Premio Nazionale Benedetto Croce per la saggistica. Vi si apprende, ad esempio, che tra il 1990 e il 2005 la superficie agricola utilizzata in Italia si è ridotta a un’area più vasta di quanto Lazio e Abruzzo messi insieme, che si è cementificato e degradato in quindici anni circa il 17% del suolo agricolo e che ormai un quarto della popolazione e delle attività produttive sono insediati in aree caratterizzate da «urban sprawl» o «città sparpagliata», «nuova deprimente forma del nostro paesaggio». Le leggi che dovrebbero proteggere la popolazione sono dominate da un paralizzante «fuoco amico» fra poteri pubblici, dai conflitti di competenza fra Stato e Regioni.
Professor Settis, lei parla di «paesaggi senza città, città senza paesaggio». Come è potuto accadere tutto ciò?
Negli anni fra il 1939 e il '42 si perse una straordinaria occasione, quella di creare un sistema unitario e coerente di gestione del territorio e del paesaggio che tenesse in conto sia le esigenze della tutela che quelle dello sviluppo edilizio. Nel sistema normativo di quegli anni il «paesaggio» (tutelato dalla Pubblica Istruzione, poi Beni Culturali) si arresta alle porte della città, mentre l’«urbanistica» (posta sotto la vigilanza dei Lavori Pubblici) riguarda «l'assetto e l’incremento edilizio dei centri abitati», quasi possa fermarsi alla soglia del territorio che li circonda. Ma questa concezione contrasta vivamente con la tradizione storica italiana, con quel trapasso lento, armonioso e insensibile da campagna a città che fu tra le massime conquiste di una civiltà millenaria, e che fu ammirato e rappresentato da pittori d’ogni Paese e da viaggiatori come Goethe, Stendhal, Ruskin. Da quel mancato raccordo, da quel peccato di origine, nacque fra le città e le campagne d’Italia quella «zona grigia», quella terra di nessuno che ha finito con l’essere occupata da desolanti periferie senz'anima, né città né campagna, che hanno interrotto con la loro trista invadenza il filo di una tradizione che si era snodata con naturale continuità per decine di generazioni.
E’ indubitabile che l’indifferenza dei cittadini sia il miglior alleato di predatori senza scrupoli. Ciò dipende anche dalla caduta del valore-scuola?
La scuola italiana purtroppo non si è mai posta il problema di educare alla protezione del paesaggio, cioè del territorio, cioè dell’ambiente: tre termini che nella percezione comune sono uno solo, ma che sono invece diventate tre distinte e divergenti nozioni giuridiche. Abbiamo sempre confidato implicitamente che leggere Dante, guardare Tiziano e Raffaello, ascoltare Vivaldi e Puccini bastasse per sviluppare un gusto «alto», che dovrebbe poi tradursi nel nostro sguardo sul paesaggio. Dobbiamo constatare che non è così; e il fatto che non se ne sia tenuto il minimo conto nelle recenti riforme della scuola è un drammatico errore. Nemmeno la storia dell’arte tradizionale, come è insegnata ancora nei licei, può bastare, perché essa punta sul paesaggio dipinto e non su quello «vissuto», che coincide con l’ambiente, un orizzonte che condividiamo con piante e animali, e che determina la nostra salute fisica e mentale. In tal senso, la nostra scuola non dice nulla.
Che cosa si può fare per rendere consapevoli gli italiani che il patrimonio archeologico, artistico e paesistico è una ricchezza senza pari per l’intera nazione?
Molto stanno già facendo le associazioni spontanee di cittadini (già oltre duemila in tutta Italia), che dimostrano il diffondersi di una più acuta sensibilità per queste problematiche: e non parlo qui solo di associazioni grandi e benemerite, da Italia Nostra al Fai, ma anche dei moltissimi movimenti che partono da più limitati orizzonti (a volte solo un piccolo Comune), ma sviluppando consapevolezza dei problemi, studiando come risolverli. Ma, come ho detto, il contributo della scuola sarebbe determinante; invece, da ultimo persino il ruolo della storia dell’arte nell’insegnamento medio sta calando, anche per la contrazione, perversa, del numero degli insegnanti; e questo proprio mentre la Francia, seguendo espressamente l’esempio dell’Italia, ha reso obbligatoria la storia dell’arte in tutte le scuole!
Perchè ritiene attuale la lezione di Croce a tutela del paesaggio?
Perché essa si rifaceva, con piena consapevolezza storica e giuridica, a un senso alto e forte del bene comune, che si riannodava allora, e si riannoda oggi, alla «publica utilitas» e al «bonum commune» di tante leggi e norme dell’Italia preunitaria, e aveva (anzi ha) le proprie nobili radici nel diritto romano. Bene comune vuol dire, nel linguaggio di oggi, lungimiranza nel prevedere e tutelare i diritti delle generazioni future.
Paesaggio Costituzione Cemento - Einaudi, pag. 326 euro 19,00
 

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