Arte-Cultura

Pensiero, oasi di libertà

Pensiero, oasi di libertà
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Francesco Mannoni

L’esercizio sui grandi temi, in questo caso della morte, della fine, del lutto, credo sia iniziato dalla notte dei tempi della narrativa e, prima ancora dei grandi sistemi filosofici, ognuno ha cercato di capire il perché della propria fine attraverso la narrazione anche orale che poi si è codificata lentamente nella narrazione scritta». Maria Pia Ammirati, scrittrice e giornalista responsabile dei programmi di RaiUno Mattina, parla del suo romanzo «Se tu fossi qui» (Cairo editore, pag.  157,12,00) con il quale è finalista al premio Campiello, che sarà attribuito a Venezia nella tarda serata di sabato. Un uomo perde la moglie e resta solo con due bambine. Lo sconforto è tanto, lo smarrimento enorme, la confusione indicibile. Si dibatte nella disperazione più cupa cercando di aggrapparsi a una razionalità indispensabile, ma eventi sconosciuti e misteriosi accrescono il suo abbattimento. Scoprire i segreti intimi della sua donna lo esalta e lo addolora quando tra le righe di una solitudine sconnessa percepisce l’inganno, il tradimento e l’abbandono. La morte ha solo sancito una divisione che lei aveva già attuato autonomamente continuando a manifestare un bene in cui non credeva più. L’umiliazione è la più cocente delle offese, il cuore sconquassato dell’uomo subisce il martirio della desolazione e attraverso lui che s'interroga, auto processa e accusa l’assente chiedendo un’impossibile riparazione, la Ammirati mette in campo il più scontato ma anche il più irriducibile dei sentimenti, quello che fa sempre dannare e delirare: la gelosia.  «Uno scrittore - afferma la Ammirati che vanta al suo attivo altri due romanzi di successo («I cani portano via le donne sole», finalista al premio Strega nel 2000 e «Un caldo pomeriggio d’estate», premio Grinzane Cavour Calabria nel 2005) deve avere la capacità di possedere orecchie per il mondo, e soprattutto vivere esperienze che tutti possono vivere. Tutto quello che uno scrittore scrive parte della propria biografia che chiama autobiografia, ma è parte della biografia del mondo».
La vicenda raccontata nel romanzo ha qualche aggancio con fatti reali?
Forse inconsciamente ho colto inflessioni della vita e dei drammi di ogni giorno, ma a un certo punto in testa ha cominciato a girarmi come una piccola ossessione la storia di un uomo che si trova improvvisamente di fronte a qualcosa di definitivo, che poi si è trasformato nella morte della moglie, e il lutto e l’abbandono mettono in discussione la sua vita. Da quell'intuizione nasce la narrazione che va su piani diversi, sia sulla visione fisiologica della morte, ma anche metafisica che significa una riflessione su che cos'è la morte e come fare a superarla. Superare la morte è ancora più faticoso, quando poi si scopre che la persona per la quale abbiamo speso tutta la nostra vita non era chi pensavamo.
Quali lacerazioni procura una simile verità?
Non è la morte l’oggetto del romanzo, ma questo aspetto che lei evidenzia. M'interessava capire il processo e il superamento del dolore a cui è interessato il protagonista del libro, anche se l'impatto con una realtà ignorata è drammatico. Il resto ruota su come si continua a vivere dopo aver superato il dolore della morte, ma soprattutto del tradimento.
Ma perché la morte, una presenza costante nella vita dell’uomo, riesce a essere sempre devastante?
Un grande filosofo, Vladimir Jankèlévitch, ha scritto un libro intitolato proprio «La Morte» in cui sostanzialmente dice che l’essere non può concepire il non essere: noi non riusciamo a concepire la nostra mortalità. Nel momento in cui l’uomo concepisce la propria mortalità muore, e tutta la nostra vita è un affannoso rimandare quel momento.
Perché tanta paura ancora oggi di fronte alla morte?
Perché ci poniamo di fronte alla morte in modo assurdo, e perché oggi ha più tabù che nel passato. E' ancora più difficile è vivere il pensiero della morte, in particolare per le persone che ci sono più vicine. Il protagonista a un certo punto fa uno slittamento tematico, se vuole anche simbolico e si chiede: «Mia moglie che cosa ha fatto? E’ morta o sen'è andata?». Il passaggio tra non essere e abbandono è arduo, ma serve per uscire dall’impasse in cui l’ha scaraventato la violenza di una situazione del genere.
Lei mescola abilmente rimpianto, acredine e smarrimento: una difficile prova di equilibrio sentimentale oltre che letterario?
E' il processo dell’elaborazione del lutto, quello che poi ci ha insegnato la psicanalisi anche se spesso non ce lo ricordiamo, ed è fatta di tante gradualità, tante sfumature dei nostri sentimenti. Una di queste sfumature è il dolore, e poi arriva la rabbia connessa al fatto che la persona che sen'è andata non c'è più fisicamente e sai che quella partenza è un abbandono. E’ come se la persona scomparsa abbia voluto in qualche modo andarsene, abbia deciso di sottrarsi alla vita. E quel movimento di sottrazione fa scattare nell’altro la frustrazione, un senso di inadeguatezza così feroce che non era stato calcolato, perché la morte è impossibile prevederla.
Qual è il vero tradimento di cui soffre il protagonista?
Il suo rovello è: sono stato tradito perché la compagna si è sottratta alle incombenze quotidiane, alla routine e anche alle seccature della vita. Non solo ha attuato un progetto fuggevole che mette in difficoltà il mio personaggio, il quale capisce che la moglie è una persona sconosciuta nella sostanza, ma come tutti noi nascondeva una parte di vita privata. Come i pensieri, l’unica cosa che ancora nessuno ha osato infrangere.
Ma c'è davvero la possibilità che esistano segreti fra due coniugi?
Siamo ormai persone scoperte su tutti gli aspetti, perché siamo controllati (telefonino, bancomat) dalle piccole tecnologie che diventano i nostri peggiori nemici perché ci scoprono ancora di più, ma alla fine la nostra testa e i nostri pensieri sono l’unica zona franca che ognuno può tenere. Tutto il resto è alla luce del sole e spiato costantemente.
Se tu fossi qui - Cairo, pag. 157, 12,00

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