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E il Generale diventò un mito

E il Generale diventò un mito
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Giuseppe Martini

Ormai si può dire che esista un «genere Onofri»: una vulcanica saggistica di interpretazioni basata sulla lettura simbolica di fatti artistici convergenti, un’ermeneutica umanistica a cui da qualche tempo Massimo Onofri, professore ordinario di letteratura italiana all’Università di Sassari e critico letterario tra i più acuti in circolazione, si è dedicato con una produzione molto feconda - un paio di libri all’anno -  e punte di diarismo militante. È il caso di «Il suicidio del Socialismo. Inchiesta su Pelizza da Volpedo», uscito due anni fa, nel  quale in una rete di argomenti Onofri arrivava a dimostrare che nella tela del «Quarto Stato», nel procedere verso il vuoto del proletariato inesorabile, era implicita l’implosione del movimento socialista. La prosa è vivace e rapinosa senza eccedere in plasticismi, l’argomentare inanella esempi e addentellati, ai quali Onofri deve talvolta imporre una pausa condensata intorno a parole chiave del proprio idioletto: un paio d’anni fa in questa pagina celiammo sull'abbondante uso di «epperò» e «ripeto» nella scrittura di Onofri, che saranno pure un vezzo ma, visti in altro modo, assumono una loro efficace funzione retorica. A questo si dovrà aggiungere la messe di riferimenti, ad ampio raggio e spesso curiosa, che così tanti e così disparati si potrebbero ritrovare oggi solo - chi potremmo dire? - ecco, in Arbasino; solo che Arbasino è tirato a destra e a manca dalle sue stesse citazioni, mentre qui è Onofri che le manovra a piacimento, come una piovra savia. Succede quindi che, facciamo per dire, da una citazione di Carlo Dossi, alla quale si sovrappone Luigi Mercantini, si anatomizzi un’allusione, da cui si ripiglia il Dossi, se ne trae un primo punto della situazione - a modo di un apoftegma (per i pigri che non han voglia di allungarsi allo scaffale del dizionario: una piccola sentenza); e da qui sgorga una citazione di Borgese, che attraverso un sinonimo ci porta da Alberto Maria Banti. Ma, sempre, non per analogie di superficie ma per temperature culturali. E non siamo ancora entrati in galleria, perché è lì che Onofri sembra divertirsi di più, quando cioè disseziona particolari e rituali di opere figurative, formidabili detonatori di senso di quanto già la letteratura stava confermando. Si forma così un intreccio di significati e interpretazioni che, anche a volerlo confutare, prima sarebbe assai più arduo da sciogliere. Se ci si è fatti un’idea di questo singolare metodo, si possono immaginare le delizie gustate da Onofri sul tema della sua più recente escursione, la deformazione del mito garibaldino fino a oggi: «L'epopea infranta. Retorica e antiretorica per Garibaldi» (Medusa) è del resto una variante del tema della caduta, del ruzzolamento, dello sgonfiamento, già vista in altro modo con Pelizza da Volpedo. Con Garibaldi, s'immaginerà, il gioco si presta a ulteriori implicazioni. Idolatrata e biasimata, la camicia rossa è passata nei decenni da icona a entità colpevole, caricata in tempi recenti di responsabilità di cui, alla fin fine, sono colpevoli gli stessi che l’accusano. Garibaldi è, di riffa o di raffa, l’eroe che esprime l’afflato popolare contro il mezzo riso della diplomazia; è il democratico che dice pane al pane, che entra in Parlamento puntando l’indice, che sa ubbidire anche se non lo vuole. In pratica, diciamolo, non è un vero italiano: il vero italiano di solito è arraffone, egoista, incline al compromesso. Sarà per questo che, mentre la fortuna di Mazzini e Cavour ha oscillato di minimi intervalli, quella di Garibaldi ha scontato le grandi variazioni dei tempi. Onofri traccia il grafico di queste variazioni, affastellando e dirimendo. Individua alcuni punti cardine, ovviamente. Pascoli, per esempio, che fa di Garibaldi un eroe radicato nella salubre campagna; o Malaparte, volontario garibaldino all’Argonne, che ne fa un tiranno «romantico e democratico, riguardoso e di cuor debole»; o il vecchio garibaldino pirandelliano, ucciso dai soldati con cui intendeva solidarizzare, che diventa così già misura della decadenza dei tempi; l’antiretorica filopopolare di Blasetti; il Garibaldi nudo del monumento di Eugenio Baroni, idealizzato perché ormai, nel 1915, lontano. Ecco, quel che conta nell’analisi di Onofri è che gli esempi non sono simboli ma segni, indicatori barometrici. E non ci si deve ingannare, il percorso è più importante della meta: come Pascoli arrivi a concepire, privatamente, il suo Garibaldi, interessa quasi più del risultato. Poi si può almanaccare fin che si vuole sulla fiducia cieca di Onofri per la consapevolezza dei gesti degli autori; si può discutere se le citazioni ad hoc non forzino la serratura o se la trascolorazione dei piani di significato sia sempre convincente. Si può avere un palpito hegeliano vedendo come il dipinto «Camicie rosse» di Coromaldi (una madre con i suoi bambini incontra alcuni anziani reduci garibaldini) diventi spia dello scandalo della Banca Romana e della messa al bando crispiana dei socialisti. Tutto converge verso un mito declassato, verso un mondo in cui Garibaldi non fa più discutere se non autori come Onofri che ridanno vita e vitalità agli angiporti della storia. In fondo si sa, nessuno canta il proprio eroe senza farlo soccombere.
L'epopea infranta - Medusa, pag. 144 euro 15,50

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