Arte-Cultura

Il racconto della domenica - L'ultima marcia nella steppa

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di Matteo Marchioni

Il sorgere dell'aurora sulla gelida steppa russa, accompagnato da sparsi fiocchi di neve che cadevano sulle mitraglie dei soldati tedeschi, sembrava scortare l’esercito verso la base di Stalingrado.  I reparti di fanteria, per dieci interminabili giorni, erano stati costretti a marciare, senza alcun aiuto di carri che li avessero trasportati al fronte. 
Il tenente Alfred Keitel, durante una sosta di pochi minuti che concesse ai suoi soldati, si mise a scrivere una lettera alla moglie: 
27 novembre 1943
«Cara Hingrid, moglie mia, questa sarà senza dubbio l’ultima lettera che ti scrivo. So per certo che non avrai mai occasione di leggerla, poiché tutto ciò che ti scrivo in questo momento sarà censurato dai servizi fedeli al Reich. Sento, però, la forte necessità che mi spinge a sfogare i miei pensieri più occulti. Io e i miei uomini stiamo procedendo in questa steppa gelida ed arida, senza più sapere dove andremo a finire. Avanziamo con la sola ed unica forza della disperazione senza rifornimenti, armi, munizioni, giunti sino qui solo per le ossessioni di un pazzo criminale. 
«L’ideale di una Patria ''comune'',  inculcatoci a forza da Hitler è assai giusto visto da un certo punto di vista, ma quella che ho avuto, mio malgrado, l’occasione di vedere, non è una Patria corretta. La guerra è e sarà sempre una necessità organica per l’uomo; esso non conosce la pace, quella vera. La nostra Germania si è macchiata di crimini troppo gravi, per essere perdonata: stragi di vittime innocenti, occupazione e distruzione di Paesi non belligeranti. Per i secoli a venire non si staccherà mai dalle spalle questo pesante ''fardello''. Io affermo con piena coscienza di non aver mai tradito la mia Patria e il mio credo. Io non ho tradito, Hingrid! Ma ora non posso e non devo più pensare a me stesso. Ciò che farò, quello che ti diranno di me… ricorda, non sarà per tradimento, piuttosto per il bene che voglio a uomini, che hanno sempre e solo versato il sangue per me e per questa causa amorale. Da un lato sarò visto come un traditore, dall’altro come un uomo che ha riconquistato la propria dignità. Da entrambe le vie non c’è scampo, eppure devo agire ora secondo ciò che mi dice la mia coscienza.
Ti amo, addio
tuo Keitel».
La foschia si faceva sempre più densa, più solida e fredda, gli uomini procedevano per una steppa desolata, priva di qualsiasi forma di vita; avanzavano a tentoni, con le gambe incastrate nel freddo pungente, carico di morte e sofferenza. 
Alcuni crollavano tra un passo e l’altro, altri si accasciavano a terra con i volti violacei e gelidi. Altri ancora procedevano impassibili ai dolori, per le dosi di morfina assunte al mattino. Appena arrivati a Stalingrado, il capitano Müller diede al tenente Keitel l’ordine di disporre subito nelle trincee tutti i soldati. Le trincee erano silenti, quasi sommerse dalla neve, solo le mitraglie sporgenti contrastavano con il colore bianco della steppa.
Il silenzio fu interrotto quando in alto si videro missili che, fischiando, fendevano il cielo scuro, per piombare poi sulle postazioni tedesche; erano come demoni agli occhi dei tedeschi, angeli oscuri che si infrangevano su di loro, come per rapire l’anima e poi scomparire tra la foschia della steppa.
«Capitano, i miei uomini si ritirano» disse Keitel a Müller, in modo stranamente calmo e pacato. «No! Non potete farmi questo! Io non vi ho dato simili ordini!» urlò il capitano. Keitel trattenne l’istinto di sparargli, gli lanciò uno sguardo ironico, restò immobile con gli occhi fissi sui suoi uomini, quindi uscì con le armi capovolte, senza caricatore e le braccia alte sopra la testa. I soldati russi si fermarono di colpo, nel vedere che tutta la compagnia del tenente si stava arrendendo. E mentre Keitel si consegnava di persona al nemico, il capitano Müller sfoderò la pistola dalla cinta, prese di mira la testa e sparò.
Keitel visse un momento di totale disorientamento, poi, d’improvviso una pace vera, forte… Keitel udì la voce di Hingrid, che lo chiamava per cenare, i figli già lo aspettavano a tavola, alla radio la voce leggera e languida dell’Angelo azzurro. 
 

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