Arte-Cultura

La seduzione dei visi e dei corpi

La seduzione dei visi e dei corpi
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Stefania Provinciali

In tutto il mondo si conoscono le fotografie di quest’ometto deforme...». La descrizione di Toulouse-Lautrec fatta dal celebre architetto, artista e design Henry van de Velde è nota e fa riferimento all’aspetto fisico relazionato però alla forza vitale, quasi superata dallo spirito, che quel corpo sprigionava. Una descrizione che suggerisce il confronto diretto con l’arte di Henri de Toulouse-Lautrec, verso quel riporre l’attenzione ai «tipi» umani che incontra, per usare un’espressione flaubertiana, presentandoli sotto una luce distorta, ironica, tramite nuove inquadrature, nuovi tagli delle scene, nuovi colori e giustapposizioni. Uomo arguto e anticonvenzionale l’artista lavora nella Parigi della Belle Époque, in quell'atmosfera gioiosa, entusiasmante ed eccessiva che si vive a Montmartre, quartiere degli artisti per eccellenza, dove si assiste alla nascita ed alla diffusione di trasgressivi locali notturni, cafés, cabarets, destinati a rivelare il lato nascosto e torbido della rigida morale borghese dominante. L’arte di Lautrec, in questa Parigi di fine Ottocento, non si allinea con quella degli impressionisti che di pochi anni lo avevano preceduto; la sua pittura non rivela attenzione per il paesaggio e per la luce, ma per l’essere umano che su di lui esprime un fascino fortissimo, forse proprio per quella «deformità» di cui è vittima, evidenziando nuove connessioni fra l’arte e la vita quotidiana che finiscono per affermarlo come una figura centrale nella società decadente raffigurata. La tipologia dei soggetti rappresentati è la più varia: ballerine, habitués dei cafés, borghesi goderecci, il popolo notturno, ma anche prostitute e le masse di derelitti che vivono ai margini della società, un’umanità che anche Picasso, nel suo soggiorno parigino, rappresenterà proprio nel momento del commiato di Lautrec - morto trentasettenne come Raffaello, Parmigianino, Watteau, Van Gogh - da quel mondo e dalla vita. La mostra, «Toulouse-Lautrec e la Parigi della Belle Époque» che inaugura la presidenza di Giancarlo Forestieri alla Fondazione Magnani Rocca, si apre al pubblico sabato  nella sede di Mamiano di Traversetolo, e propone una originale riflessione sul celebre artista francese. Curata da Stefano Roffi - con saggi in catalogo (Edizioni Gabriele Mazzotta) di Arturo Carlo Quintavalle, Ada Masoero, Mauro Carrera e del curatore - è frutto della collaborazione della Magnani Rocca con importanti musei e collezioni italiani ed esteri. Sostengono l’iniziativa Fondazione Cariparma e Cariparma Crédit Agricole. Il percorso espositivo presenta l’intero corpus delle celebri affiches in cui è evidente l’interesse verso i temi e le «forme» del linearismo grafico giapponese in voga tra XVIII e XIX secolo, accanto ai famosi ritratti, nonché i paesaggi di Monet, Cézanne, Renoir, i manifesti di Bonnard e le vedute di Hiroshige e Hokusai. Una rassegna «costruita» sul filo del pensiero di Luigi Magnani che individuava nel raffronto di scelte espressive diverse la ragione del proprio collezionismo e la possibilità di cogliere appieno la complessità del linguaggio artistico moderno. Un raffronto che trova un importante riferimento nel rapporto di Lautrec con Picasso, tutto da riscoprire.
Nel corso dei primi due soggiorni a Parigi, Picasso conosce, infatti, l’ultimo splendore della Montmartre immortalata da Lautrec, prima che il turismo di massa prenda il sopravvento. Era stato un manifesto, la litografia pentacromatica May Milton, a catturare la sua attenzione. Lo aveva strappato di notte da un muro per appenderlo e poi includerlo nel dipinto Le Tub (Camera blu) dell’autunno 1901, pochi giorni dopo la morte di Lautrec: una sorta di omaggio e insieme una affermazione di continuità di un’atmosfera che ritrova nei locali notturni parigini dove si reca in «pellegrinaggio artistico». Picasso dipinge scene che dalla sicurezza formale e dal coraggio tematico di Lautrec traggono forte influenza; la sua tavolozza è però più colorata, la materia pastosa e granulosa, a piccoli tocchi, mentre il francese usava un colore molto fluido, filiforme e senza spessore. Non è documentato se in quel periodo Picasso avesse incontrato personalmente Lautrec, di fatto per alcuni mesi dipinge una cinquantina di tele in cui ne rappresenta i soggetti, pur in versione quasi caricaturale, volto a sottolineare il carattere intenzionalmente seduttivo dei modelli, in prevalenza prostitute e donne di teatro, che talora spinge all’estremo.
 

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