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Arte-Cultura

Che vittoria, Vittorio

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di Maria Denis Guidotti
Sono inconsapevole testimone di quello che la demenza può fare ad un essere umano. Le mie giornate vengono scandite solo dalla luce e dal buio, tutta la mia vita, sino ad oggi, l’ho passata curandomi in maniera quasi maniacale, non perché lo volessi, ma perché Alice, mia moglie, ne ha fatto una ferrea regola. Niente fumo, alcolici o super alcolici, nessun disordine alimentare, neppure di orari o di impegni lavorativi.
Avevo mani d’oro, creavo gioielli meravigliosi e, connettendole alla mia innata capacità, tagliavo anche pietre preziose per i più famosi orafi d’Italia. Oggi non sono in grado di pronunciare il mio nome, non ricordo neppure le facce che mi sono vicine, neanche di quella che si dice essere mia moglie. Mi vestono e mi lavano, mi imboccano e mi sdraiano sul letto, mi aiutano a sedermi ed anche a camminare, non mi rendo conto di quello che sono ma a volte, anch’io, ho dei momenti di lucidità. Mi bastano pochi secondi prima di ricadere nell’oblio degli eventi, in quei frangenti la mia mente rievoca, i ricordi sono musica melodica e soave, ma poi tutto ritorna su una tonalità grave e bassa, allora mi perdo. Avevo sette fratelli, i miei genitori erano contadini, e per allora una vera fortuna; infatti, durante la guerra non ci è mai mancato il cibo che la terra, coltivata con sudore e fatica, ci donava. Abbiamo affrontato razzie da parte delle truppe tedesche in ritirata, abbiamo subito violenze ma non ci hanno mai tolto la nostra anima e i nostri sogni per ricostruire la vita e guardare al futuro. Adesso quest’idea di ricostruzione, rapportata al mio stato di salute, mi sembra solo una folle utopia eppure, qualche volta, con gesti inconsulti allontano tutti con la volontà di riprendere in mano la mia indipendenza. Cado, urlo e piango per il male, cerco di rialzarmi, ma la mia dignità viene soppressa dall’incapacità fisica di reagire. Spesso sogno: sono Vittorio, un uomo non bello ma intrigante per la mia cultura, per i miei modi garbati e per quello che la mia mente pensa e le mie dita riescono a realizzare.
Lavoro al quinto piano di una palazzina in Borgo degli Orafi a Firenze, nelle vetrine spiccano in bella mostra «le mie creature», quelle che hanno avuto riconoscimenti importanti nelle fiere internazionali. Sono attorniato dai colori che le pietre emanano, sassi variopinti che aspettano di prendere vita propria. Mi sono trasferito qui, all’età di diciannove anni, dopo aver lavorato come ragazzo di bottega a Milano dal signor Nesti. E’ proprio in questa affascinante città, culla di artisti geniali, che ho conosciuto Alice. Era una fanciulla aggraziata, con una classe innata e una gestualità delicata e femminile che il Botticelli ha dipinto nella sua Venere. Era più anziana di me di tre anni e suo padre era un commerciante di pietre preziose; non sono mai stato visto di buon grado dalla sua famiglia, ma a dispetto dei cattivi pregiudizi, ci siamo sposati contro tutto e tutti, ed oggi, nonostante l’avanzata età, siamo ancora qui, insieme, ma di questo non posso raccontarvi nulla, perché ben poco ho nei meandri della mia memoria. Avevamo desiderato tanto dei figli, ma Dio o il destino, non ce ne ha mai fatto dono. Con il senno del poi, credo sia stato, dopo il dolore, un bene. Pensa se ne avessi avuti, come potrebbero, vedendomi così, non soffrire verso quell’essere che dell’uomo ormai ha ben poco.
Quando un uomo perde la sua indipendenza, quando si viene violati e gestiti nell’intimo, quando non si ha più il controllo del proprio fisico, delle reazioni, dei gesti e delle parole, cosa rimane? Esisto per il ricordo che ho lasciato in chi mi ha conosciuto, in chi ha rapportato la mia onestà alla propria, in quello che ho creato e in chi l’ha comprato, in quello che ho realizzato e in ciò che ho lasciato in sospeso. A flash mi rivedo ragazzino, spensierato ed allegro senza avere nulla di ciò che poi mi sono costruito. Non avevamo soldi ma eravamo uniti, gli sguardi volti verso la stessa meta, la nostra unione era un equilibrio di rispetto e coesione, possedevamo parole di onore, una stretta di mano al posto di contratti stipulati e controversie, conoscevamo l’uso della parola in tutte le sue sfumature, per ridere, per piangere, per addolorarci o per sperare. Ognuno conosceva il suo vicino, ci si aiutava e si condivideva quello che occorreva per non far sì che la parte nera e cupa della vita l’avesse vinta sulla non facile quotidianità. Sono stato testimone nel 1966 della desolazione dell’Arno, quel fiume che ho sempre visto scorrere monotono e silenzioso per tanti anni dalla finestra del mio ufficio. Poi un giorno, come una scheggia impazzita, si è innalzato, ha superato muri, argini e ponti, ha portato via vite e sorrisi, volontà e sogni.
Anche Vittorio, attualmente, si sente simile a quella catastrofe: incontrollabile, deleterio e devastante. Per ritornare alla normalità Firenze ha avuto i suoi angeli… Vittorio confida certamente nei propri. I suoi occhi vacui accennano sempre più al grigio opaco, la sua bocca sottile non riesce più ad aspirare agli angoli, la sua pelle, trasparente e tesa, non lascia intravedere piega alcuna, il naso si è accentuato e smagrito, tanto da sembrare il becco di un falco. Non sa più se è in possesso di corde vocali che possano fargli sentire la voce o forse, con sforzi titanici, la ricerca nella sua memoria, ma questa non lo aiuta a farla giungere alle orecchie. E’ imbarazzante vederlo titubante affrontare il percorso che dal corridoio della camera arriva al soggiorno, lui che ha accolto con disinvoltura rappresentanti e compratori con la stessa facilità con cui, chi ha sete, beve un sorso d’acqua ristoratrice.
Non si lamenta Vittorio, a volte viene sedato per evitare che si possa provocare del male, è inerme, assente ma per chi l’ha conosciuto questa realtà è pura sofferenza ed impotenza. Ricordo Vittorio, mio zio, quando con passione e voglia di sfida mi stimolava a riconoscere il vero dal falso, quando accanto alla ruota tagliava le sue pietre e poi, con soddisfazione ed orgoglio, me le mostrava. Allora mio zio aveva sete di travasare in me tutte le sue conoscenze, lo faceva in maniera non didattica ma affettuosa e viva. La sua energia la sprigionava prendendomi per mano e portandomi negli angoli non turistici di Firenze, instillando in me la fiammella del conoscere e dell’apprezzare. Quanto mi manca quell’uomo eclettico ed unico, il mio cuore lo ricorderà per quello, che sicuramente lui vorrebbe: lo zio per eccellenza, lo zio che si è fatto, lo zio che ha donato a tutti indistintamente qualcosa di sé, lo zio Vittorio.

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  • claudio

    23 Settembre @ 11.36

    Sono temporaneamente su una sedia a rotelle......niente di grave, un piede rotto , cosa rimediabile. Ma in questo periodo ho perso la mia indipendenza , ho bisogno degli altri . Capisco l'intimo di Vittorio....come di tanti altri nel suo stato. Il racconto è bello, scorrevole e fa' pensare . Complimenti.

    Rispondi

  • Gianluca

    22 Settembre @ 11.18

    Tema molto attuale trattato in maniera efficace e gradevole

    Rispondi

  • Sergio

    21 Settembre @ 17.37

    Ho riletto 2 volte questo racconto per metabolizzare ancora meglio alcuni passaggi che meritano approfondimento e riflessione del come trascorriamo la ns vita e su come ci rapportiamo, giorno per giorno, con i ns cari ma in generale con il prossimo, chiunque esso sia. E' un emergere di valori che al giorno d'oggi meritano una diversa attenzione, soprattutto per costruire un futuro su basi solide. Per la scrittrice: un racconto dove il cuore riesce a pilotare intelligenza e scrittura riportando il lettore alla propria realtà quotidiana.

    Rispondi

  • Barbara

    21 Settembre @ 15.57

    Un racconto profondo, realistico che tratta con affetto un problema d'attualità. Complimenti.

    Rispondi

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