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Jackie Kennedy: il fascino, la classe, l'eleganza

Jackie Kennedy: il fascino, la classe, l'eleganza
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di Rita Guidi

Indossa idee come fossero orecchini. Appassionata di arte, innamorata di libri, Jacqueline Lee Bouvier è così che brilla, assai più che per il fascino irregolare del proprio profilo.  Perché, insomma, bellissimissima non è... «Sono alta un metro e settanta, ho i capelli castani, il volto squadrato, e gli occhi così disgraziatamente distanti l’uno dall’altro - scrive di sé in un graffiante autoritratto per Vogue - che mi ci vogliono tre settimane per riuscire a trovare un paio di occhiali che si adattino al mio naso».  Eppure vince: con quelle parole il concorso «Prix de Paris» per il prestigioso periodico; e con la sua verve il cuore di uomini - Kennedy... Onassis... - che guidano il mondo.

Non poteva, allora, che titolarsi «Jackie Kennedy - Protagonista del suo tempo», questa splendida biografia per immagini (ultimo volume della serie, Edizioni White Star, da oggi in vendita con la Gazzetta a 9,90 euro più il prezzo del quotidiano), curata da Yann-Brice Dherbier e Pierre Henri Verlhac. Percorso nitido e intatto, di una donna da sempre ricca della propria mente ancor più che del proprio status e del proprio sguardo.  «Era dotata dello spirito più curioso che avessimo avuto nella nostra scuola in 35 anni, senza il quale forse non l’avrei tenuta in considerazione», scrive di lei la rettrice della Miss Chapin School, accanto al suo musino paffuto e infiocchettato. Del resto, anche prima di mettere piede nella più che prestigiosa istituzione (la retta di 575 dollari, pagata dal nonno, equivale al salario di un anno per milioni di americani durante la Grande Depressione), Jackie sapeva già leggere e scrivere, e amava la danza e l’arte. Cinque piccoli anni, insomma, ma già vissuti all’ombra di grandi tenute e appartamenti di lusso. Figlia della ricchezza della madre, Janet Lee, e del prestigio del padre, John Vernon Bouvier III, Jackie cresce lontana dai rigori della sua data di nascita (28 luglio 1929), tra salotti lussuosi e cavalli di razza. La vediamo, in perfetta tenuta da amazzone accanto al suo pony, al concorso annuale del Southampton Riding and Hunt Club. Nella pagina accanto c'è anche mamma e, a tenerla per mano, papà: «black Jack».

Già appesantito dall’alcool e dalla vita mondana e sregolata che amava condurre. Quella che lo porterà al divorzio e che le farà dire da mamma Janet di... trovarsi un marito all’altezza del suo stile di vita. Con l’aria fatale dei suoi sedici anni colorati di rossetto (il sorriso da diva sulla lunga sigaretta...) e quel suo savoir faire, certo non teme d’imporsi agli occhi del mondo. Una gran voglia di scrivere e fare la giornalista, parte per Parigi, e sarà fotoreporter del Washington-Time-Herald.

Eccola in redazione, nel 1953, e in un ritratto con un’immensa macchina fotografica appesa al collo... Ma da lì a poco sarà lei a... fare da copertina. Galeotta una cena con a fianco JFK, la vediamo in vacanza nella residenza dei Kennedy. Un salotto d’estate, tutti e due a piedi nudi, sono già la coppia forte di un’America mitica e felice. E’ anche lei la forza del clan. La first lady («Non chiamatemi così! Mi fa pensare a un cavallo da corsa») che sostiene e condivide la popolarità del Presidente Kennedy. In visita ufficiale a Parigi, nel maggio 1961, Jack dichiarerà scherzoso ai giornalisti: «Non considero inutile il presentarmi. Sono l’uomo che accompagna Jacqueline Kennedy a Parigi...». Sarà per la sua innata eleganza (una carrellata di tailleur - rosa, gialli, azzurri - o di abiti da sera), o perchè Jackie è Jackie, nell’inseguire imperturbabile le proprie idee, il proprio stile di vita. In sofisticato equilibrio tra famiglia e passioni. «Non voglio che i miei figli siano allevati dalle bambinaie e dagli uomini del servizio segreto»: e allora eccola con loro per mano, al mare o a cavallo, a scuola o a leccare gelati per le vie di Manhattan, nelle occasioni ufficiali o sulla porta di casa, mentre Jack decolla da un elicottero che lo porta nel mondo.

E ancora a scegliere arredi e quadri, per rendere la Casa Bianca la «sua» casa. Calda e bella d’arte e di libri.  «Jackie instilla nuova vita al palazzo presidenziale - si legge nella puntuale biografia iniziale - Appronta una nursery e dei giochi per bambini nel parco.  Assume un nuovo chef francese, René Verdon, organizza cene sontuose, fa dare concerti, spettacoli, balletti. Sono invitati i più grandi: Premi Nobel, scrittori, poeti, cineasti (...) si dedica ufficiosamente alla funzione di ministro della Cultura». Questo vuole lasciare nel mondo. E questo le consente di rinascere, dopo le pagine nere di Dallas, dopo il dolore del buio che colpisce i due figli che perderà, e quello, immenso, di Jack. Rinasce come moglie di Onassis. Come manager dell’editoria. Ed è sempre lei, è sempre Jackie. Dietro alla scrivania del suo ufficio a New York. Per mano ai nipotini, o accanto ai figli già belli, già grandi.  «Nessun altro aveva il suo stile, nessuno parlava come lei, scriveva come lei, o metteva tanta originalità nel fare le cose», ricorderà di lei Edward Kennedy. Forse perché nessuno, come lei, sapeva indossare le proprie idee come fossero un gioiello.

 

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