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Storico della parmigianità

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Anna Ceruti Burgio

Una porzione delle mura medievali di Pistoia, lungo viale Arcadia, è crollata all’alba, franando su un piccolo vivaio. Le mura, che si trovano poco lontane dal centro della città, hanno ceduto per circa trenta metri in lunghezza e dieci in altezza. Da quanto emerso, il crollo è legato all’abbondante pioggia caduta tra ieri e la notte scorsa a Pistoia. Dagli uffici comunali si stima che il danno sia almeno di 300mila euro, ai quali andranno aggiunti quelli subiti dall’attività produttiva.  Allertati da alcuni residenti, sono intervenuti i vigili del fuoco, che hanno transennato l’area interessata al cedimento in attesa degli interventi di ristrutturazione. «In relazione alle risorse disponibili valuteremo tempestivamente quali soluzioni adottare per il ripristino della porzione interessata dal crollo - afferma l’assessore comunale al patrimonio Alberto Niccolai -. La priorità Š senza dubbio la messa in sicurezza per la quale sarà necessario un intervento di somma urgenza. Poi, seguendo le indicazioni dei nostri tecnici, in accordo con la Sovrintendenza, prenderemo in esame la manutenzione del tratto di circa ottanta metri che arriva fino all’altezza del torrente Brana».  Chi si interessa di storia patria a Parma, non può prescindere dagli studi di Ireneo Affò, bibliotecario, scrittore, filosofo e critico, che con i suoi numerosi libri e ricerche è divenuto quasi un nume tutelare della parmigianità, intesa nella sua accezione più nobile e culturale. Ci ha lasciato ben 54 opere stampate prima della sua morte (avvenuta nel 1797), più 2 edite dopo la morte e ben 55 inedite. Ricorre, tra l’altro quest’anno il 270° della sua nascita, avvenuta a Busseto nel 1741, da Pietro e Francesca Dalle Donne. Il suo nome era Davide (che cambiò in Ireneo una volta divenuto francescano); fin da bambino fu attratto dalla poesia e dalla pittura, tanto che amava disegnare sui muri grandi figure accompagnate da versi da lui stesso composti. Così fu mandato a studiare a Soragna e in seguito accolto dal dottor Bonafede Vitali di Busseto, una sorta di erudito eclettico, che lo tenne come allievo prediletto, avviandolo alla critica e alla ricerca e continuando poi a mantenere con lui un rapporto di stretta vicinanza intellettuale e amicizia.

Entrò a far parte dei minori osservanti francescani col nome di Ireneo, dedicandosi a una vasta produzione letteraria, il cui esordio fu un poemetto dedicato a Maria Vergine assunta in cielo.Insegnò filosofia prima nelle scuole dell’Ordine, poi nel 1768 fu nominato da Ferdinando di Borbone professore a Guastalla; qui compì approfondite ricerche nell’Archivio segreto fino ad allora inesplorato, trovando nuovi documenti, fra cui una versione diversa da quella allora conosciuta dell’“Orfeo” (una rappresentazione teatrale di corte del XV secolo).
 Nel 1778, su proposta del Paciaudi, fu chiamato come vice bibliotecario a Parma (nell’attuale Palatina) e nel 1785, alla morte del Paciaudi, gli successe come bibliotecario. Era anche lo storiografo ufficiale ducale e professore onorario di Storia nell’Univerità di Parma. Appassionatissimo alla ricerca storica, divenne un assiduo frequentatore di biblioteche, a Roma, Parma, Bologna, Guastalla, dove scovava antichi codici e documenti trascrivendoli, ma nel contempo coltivò il suo primo amore, l’arte, con studi, tra l’altro, sul Correggio e il Parmigianino e i loro immediati successori, studi molto apprezzati dal Longhi che vi ha notato anticipazioni critiche con una chiara visione della storia artistica di Parma. Interessanti sono per le particolareggiate notizie la sua descrizione della Camera di San Paolo e quella della Camera d’Oro di Torrechiara.
Come storico ci ha lasciato ponderosi volumi, basati più che altro su una mole di notizie e documenti d’archivio spesso riportati: la Storia di Guastalla (1785-1787); le Memorie degli scrittori e letterati parmensi (1789-97), forse la sua opera più nota e apprezzata; la Storia della città di Parma (1792-1795) interrotta per la sua morte (arriva fino al 1346) e continuata dal Pezzana, così come le Memorie. Queste sono un punto di partenza per una storia della letteratura parmigiana, con ben 300 autori parmigiani, dai più importanti ai meno conosciuti, illustrati in modo minuzioso anche se non modernamente scientifico. Vi si trovano anche ampi excursus sulla Tipografia parmense del XV secolo, sulle Accademie,sulle scuole, sulla dimora del Petrarca a Parma.
Altri studi sono rimasti inediti, così come gran parte dell’ampio carteggio conservato alla Palatina: poiché l’Affò teneva rapporti e corrispondenza coi più illustri studiosi del tempo, può essere utile per fornire un quadro della critica e dell’erudizione della seconda metà del Settecento.
Immensa è la sua produzione; oltre a quanto già citato scrisse versi di carattere religioso di poco interesse artistico; notevoli invece le biografie, come la Vita di Luigi Gonzaga (1780); la Vita di Vespasiano Gonzaga (1781); la Vita di monsignor Bernardino Baldi primo abate di Guastalla (1783); la Vita della beata Orsolina da Parma (1786); le Memorie di tre celebri principesse della famiglia Gonzaga (1787); la Vita di Pier Luigi Farnese, uscita postuma (1821).
In campo artistico ricordiamo la Vita del pittore Francesco Mazzola detto il Parmigianino (1783); il Ragionamento su una stanza dipinta dal celebre Antonio Allegri (1784); il Primo abbozzo di un discorso intorno alle belle arti di Parma; la Descrizione della misteriosa stanza di Torchiara.
Ci pare dunque giusto il giudizio dato su di lui dall’Ugolini che "niuno fu più meritevole di lui presso a parmigiani". Forse ci avrebbe lasciato ancor più numerose e utili opere, se la morte non lo avesse colto in età ancor giovanile e feconda intellettualmente: infatti morì a soli 56 anni di febbre petecchiale, contratta portando i conforti religiosi a un’ammalata; il Pezzana (che ha scritto una sua ampia biografia), afferma che si spense dopo aver dimostrato nella malattia un grande serenità e forza d’animo.
Il compianto fu universale; dopo le esequie private eseguite "con modesta pompa", vi furono poi quelle pubbliche solenni. Gli dedicarono scritti e versi molti studiosi, tra cui Luigi Uberto Giordani, Ramiro Tonani e Andrea Mazza; di lui fu ricordata, oltre l’immensa cultura, la modestia e umiltà del tratto, la lealtà e la sollecitudine verso gli amici. Un ritratto ci tramanda il suo aspetto fisico: rotondetto di corpo, col viso pacioso ma illuminato da uno sguardo acuto, sempre sorridente. Parma nel 1910 ha intitolato all’Affò una strada del centro, una traversa di Via Garibaldi, nei pressi delle Scuderie ducali.


 

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