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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - Finalmente la pace

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di Marta Silvi Bergamaschi

L’estate muore soffocata da un caldo continuo, appiccicoso che sa di malattia. Esce da un orizzonte offuscato, da una foschia densa, pesante, carica di umori beffardi: umida e fastidiosa come la mano di una persona timida. E’ improvvisamente diventata un’estate cattiva, come una donna senza innamorati.
Così pensava Aurelia mentre camminava lenta verso il mercato della piccola città di provincia. Sola, con la solita sporta viola; la treccia bruna le ornava la testa come una corona; era in lei un qualcosa di fragile e di forte, di bizzarro e di consueto. Tolse da una tasca un fazzoletto e terse il sudore che le colava dal viso come acqua piovana. Sono le otto, pensò, e già si suda. La crisi, i prezzi esosi, il marito in cassa integrazione: e ora ci si mette anche questa fine estate. E’ un po’ troppo, direi, pensava Aurelia. Il mercato era squallido: molte bancarelle mancavano. Le solite cose. Alcune signore rovistavano tra gl’indumenti con ridicola furia. Capovolgevano maglie, sottane, discutevano, tastavano e valutavano la stoffa. Vendite di fine stagione. Compravano con un’avidità che fece sorridere Aurelia. Sotto la nuova struttura del mercato, trasparente, tanto che faceva pensare a un vetro speciale, il caldo aumentava, diventava insopportabile. Aurelia uscì con un lieve senso di nausea: respirò profondamente e tutto tornò normale. Si diresse in una strada vicino alla piazza dove esibivano la loro merce alcune bancarelle di frutta e verdura. Tutto è molto caro, pensò Aurelia. Possibile non esistano controlli? Ognuno può scegliere i prezzi che vuole? L’affascinava (e questo da sempre) il colore delle verdure: le sfumature dal rosso al rosa intenso dei pomodori, il viola particolare delle melanzane, il verde compatto delle zucchine. La natura, pensò Aurelia, ci dona alimenti preziosi, anche da godere esteticamente, e noi la maltrattiamo: con molte cose che il progresso ci ha dato, comode, in verità, ma orribilmente inquinanti. Le solite contraddizioni. Ho più di cinquant’anni, disse a se stessa, senza più un lavoro e una figlia sposata che ha bisogno di aiuto. Ci hanno fatto credere che la crisi non c’era, i mascalzoni! Per loro non esistono crisi di sorta. E a noi chi pensa? Non sanno nulla della vita tirata con i denti stretti. Qualcuno ha scritto (allora avevo voglia di leggere) «Ella era povera: solo la luna era più povera di lei, perché la luna è senza aria». Sì, signori che decidete, noi, piccole persone che viviamo modestamente, siamo senza aria. Ci avete rubato anche quella. Vergognatevi! Così Aurelia camminava e pensava, con il caldo che l’avvolgeva come una medusa, un paracadute molliccio, gelatinoso che la faceva soffrire. Pensò ancora alla figlia, a quando l’aspettava: aveva ascoltato con una dolcezza nuova, diversa da ogni altra dolcezza esistente, il moto della sua vita, come una rosa ascolta il richiamo della primavera. Le aveva dato la vita: e ora? Ora molto amore poteva darle, ma l’amore diceva il suo saggio padre «non fa bollire la pentola». Comprò alcune pesche e si concesse un caffè: chissà non le togliesse la stanchezza. Entrò nel piccolo bar senza pretese dove andava qualche rara volta. Di fronte a lei un uomo leggeva il giornale. Aurelia salutò le gentili ragazze che gestivano il bar. Le porsero il caffè. Aurelia sedette. Sorseggiò il liquido nero e amaro; poi chiuse gli occhi. La prese un sonno improvviso. Reclinò la testa e i pensieri atroci se ne andarono. Trascorse un po’ di tempo. Una signora le chiese: -Se ha bevuto il caffè, posso sedermi?- Era così in quel simpatico bar: tutti uguali, tutti amici. Aurelia non rispose. S’alzò un borbottio confuso, istintivamente sommesso. Un signore dalla lunga barba bianca disse, con voce che tentava essere ferma: -La signora penso proprio sia morta.- Le si era avvicinato e aveva osservato sul bel viso la tranquilla morte disegnata, muta e immobile come può essere, finalmente, la pace.

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