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Arte-Cultura

L'infinito negli occhi

L'infinito negli occhi
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di Pier Paolo Mendogni

Il segreto del volto umano - specchio dell’anima o maschera - come è stato rappresentato nel corso dei secoli ? E quello misterioso di Cristo come è stato raffigurato? 
Questo  tema appassionante viene proposto in  una raffinata mostra di una quarantina di opere di pittura e di scultura allestita nel Museo di Stato della Repubblica di San Marino (fino al 6 novembre) col titolo «L'uomo, il volto, il mistero.  Capolavori dai Musei Vaticani» a cura di Giovanni Gentile e Antonio Paolucci (catalogo Silvana Editoriale). La ricerca dell’identità autentica dell’uomo, quindi della propria identità, ha interessato gli artisti di tutti i tempi trasferendola poi su un piano più elevato, quello del volto di Dio che per i cristiani si riflette nell’uomo in quanto fatto «a sua immagine e somiglianza».
E la sintesi suprema l’abbiamo in Gesù Cristo, figlio di Dio fattosi uomo. Per i primi cristiani non è stato facile entrare nell’idea di poter descrivere il volto di Cristo Dio in quanto la cultura ebraica lo vietava: non si poteva rappresentare l’immagine umana.
E’ stato il contatto con la civiltà ellenica e romana a far sì che anche il cristianesimo arrivasse pian piano a raffigurare Cristo e i santi. Le prime sculture in mostra ci offrono una panoramica della scultura romana. Un altorielivo del III secolo d.C. ci presenta la creazione con la creta da parte di Prometeo dell’uomo su cui la mano di Atena pone una farfalla, simbolo dell’anima.
L’arte romana lungo i secoli ha raffigurato l’uomo in modi diversi, talvolta idealizzandolo (come si nota nelle teste votive maschile e femminile) e talvolta con tratti realistici ben delineati come nella bella testa femminile in marmo del 260 d. C. e nel gruppo familiare (sempre del terzo secolo) dipinto su vetro. Greci e romani mostrano i loro dei e i loro eroi nella perfezione della bellezza assoluta: Hermes (II d. C.) indossa il «petasos» suo caratteristico copricapo; l’imperatore Traiano in calcedonio e alabastro è assorbito nei suoi pensieri così come il personaggio affrescato negli stessi anni ma che mostra una maggiore tensione.
Invece Antinoo (138 d.C.), il giovane schiavo turco amato da Adriano, col suo splendido volto dagli occhi grandi incorniciato da una folta e mossa capigliatura, interpreta la bellezza dell’eros. 
Leonardo con lo studio dei moti dell’animo apre nuove interpretazioni psicologiche avvertibili  nel «Ritratto di giovane» di Gian Lorenzo Bernini e nell’anziano personaggio che il fiammingo Peter Meert ha dipinto con i simboli della «vanitas». Adamo ed Eva e il loro castigo sono descritti con accenti appassionati in due piccoli bronzi di Francesco Messina e il loro peccato d’orgoglio di aver voluto mangiare il frutto proibito dell’albero della conoscenza è riscattato dalla Crocifissione che Southerland concepisce nella drammaticità di una croce irta di spine. Cristo ha quindi cambiato la storia dell’uomo trasformandola in storia della salvezza.
Nell’arte greco-bizantina Cristo è il pantocratore incastonato in un’immagine ieratica fuori dal tempo: il volto allungato, incorniciato dai lunghi capelli scuri come la barba con gli occhi grandi e fissi che oltrepassano lo spazio temporale.
Questa tipologia si è diffusa anche in Occidente: il «Cristo benedicente» di scuola romana dell’XI secolo, il rarissimo «Cristo acheropita» (non dipinto da mano d’uomo) - la più venerata delle icone romane custodita nel Sancta Sanctorum - copiato dall’originale del VI-VII secolo nel Seicento e mai esposto al pubblico.
L'arte occidentale ha superato la rappresentazione ieratica di Cristo per descriverlo nella sua vicenda umana: tenero bambino biondo nel «Riposo durante la fuga in Egitto» di Francesco Mancini (XVIII secolo), uomo segnato dalla violenza del dolore nella «Crocifissione» di Fausto Pirandello e nell’Incontro con la Veronica sulla via del Calvario di Pericle Fazzini e, infine, sereno nella drammaticità della morte per la redenzione degli uomini nel «Cristo passo» di Allegretto Nuzi (1365).
I contemporanei Rouault e Severini sono tornati all’immagine misteriosa del Redentore che va oltre i limiti della temporalità.
Sono invece personaggi di grande fascino terreno i santi lasciatici da Guido Reni (San Matteo e l’angelo) e dal Guercino (San Giovanni Battista) risplendenti di una bellezza umana e spirituale.
 

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