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Respirano le "superfici" di Amati

Respirano le "superfici" di Amati
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 Tiziano Marcheselli

Si intitola «Superfici» questa bella mostra nel Castello di Felino che segna il ritorno all’attività espositiva (e - diciamo la verità - in grande stile) di Carlo Amati, artista colornese che si era fatto notare negli anni Sessanta e Settanta per una pittura raffinata e poetica, vicina a Ottone Rosai, ma ispirata soprattutto dalle atmosfere nebbiose della Bassa padana, dove l’umidore appannante dell’aria e dell’acqua costituisce quasi una sfera di cristallo entro la quale i luoghi e il tempo perdono la loro realtà e diventano sogno.
Oggi Amati si è riappropriato degli oggetti e della materia, in genere, che lo circondano e, anche se muri, usci, portoni e pareti restano protagonisti della sua elegante pittura, l’orizzonte si è allargato, prendendo in considerazione forme della vita di tutti i giorni che diventano composizioni artistiche ben superiori, mentre anche la materia eleva la propria ovvia struttura per trasformarsi in pittura a sé stante.
Paiono mosaici geometrici nella forma, ma fantasiosi nel colore e negli accostamenti: quasi piccole tessere come scampoli di memoria, diario di una vita assaporata nelle terre, di siena naturali, bruciate e verdastre, giorno per giorno, con pazienza compositiva. 
Ecco, forse Amati è «uscito dal giro» per molti anni perché intanto ordinava i ricordi, magari quello di una «Sporta» segmentata che contenesse i vari sapori dei giorni e delle ore.
Oggi, quindi, il bilancio dell’uomo diventa quello dell’artista, forse di una vita intera, e l’ambiente rappresentato dal paesaggio padano impregnato di nebbia e di poesia, ha lasciato il posto a una sorta di paesaggio mentale nelle elaborazioni e spirituale nei ricordi.
Così, le «Superfici», nella loro evoluzione, toccano un nero e misterioso «Portone», le tracce antiche di una «Città sepolta», essenziali «Nature morte» davanti a muri calcinosi, movimentati «Pavimenti», avanzi di macchinari, ciò che resta nel ricordo della incompiuta «Pilotta», portoni e porticine, un curioso «Omaggio a Pinuccio Sciola», fatto di figure spatolate in movimento e altre superfici familiari come usci e madie. 
Se nel  1969 scrivevo di Amati che «i muri custodiscono i segreti delle città e della gente; assomigliano ai personaggi che li costruiscono e che vivono con loro, con le impronte umane che restano sugli intonaci come in un letto caldo, ma per chi vive di nebbia e la sa respirare, si dischiude il segreto» è evidente che il tempo si è fermato e che i tanto amati muri di pietra e calce hanno continuato a vivere e ad alitare, per un pittore che sa ascoltare suoni sottili che altri, invece, non riescono ad avvertire.
E anche Stefania Provinciali ha bene individuato il mondo intenso di Amati: «Ci vuole dedizione e passione per addentrarsi nella stratificazione delle cose più semplici che il tempo ha reso uniche e che il pittore scava e ricompone, quasi volesse cogliere e rappresentare null'altro se non le proprie suggestioni, il valore attribuito all'oggetto e alla materia di cui è composto. Così vetrate antiche, portoni corrosi dalle nebbie e dalle acque, muri sgretolati dal tempo si trasformano in 'altri' luoghi dove la ricerca sulla materia sembra avere ragione sulla forma di un'architettura semplice, quasi sempre rurale». Praticamente, una memoria antica che, attraverso la lente privilegiata dell'artista, riesce ad evolversi in poesia. E questo, in fondo, è il fine primario di un dipinto o di una scultura.
 
 

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