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Un "Falstaff" da non perdere

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Gian Paolo Minardi

Il grande poeta Auden, che con la musica e con l’opera aveva un rapporto assai intenso, se appena si pensi a quel gioiello di libretto che è «La carriera di un libertino», ha affermato che l’unico mondo adatto al personaggio di Falstaff fosse l’opera di Verdi, non ritenendo che la dimensione storica su cui si regge l’«EnricoIV » di Shakespeare, una delle fonti del libretto di Boito, potesse accogliere in maniera coerente un personaggio così particolare.
L’osservazione, per quanto acuta e benché non condivisa dagli studiosi shakespeariani, impone il filtro necessario nel passaggio di un personaggio da un contesto ad un altro; vale a dire da quello drammatico-letterario a quello drammatico-musicale, due mondi che, dietro l’apparente affinità, sono in realtà lontanissimi, in quanto regolati da statuti diversi.
E' soprattutto la diversità della dinamica immaginativa ed emozionale tra dramma recitato e melodramma, come ha sintetizzato efficacemente G.B. Shaw confrontando l’«Hernani» di Hugo con l’«Ernani» di Verdi: «Nel dramma assistiamo a un Carlo di sublimi sentimenti ma espressivamente alquanto stucchevole; nell’opera gli stessi sentimenti sublimi di Carlo si uniscono invece ad un’espressione stringata, grandiosa e toccante; da ciò si deduce che il principale merito di Victor Hugo come drammaturgo fu di aver fornito libretti per Verdi».
Con« Falstaff» Verdi conclude quella sua frequentazione con Shakespeare durata tutta una vita; un rapporto con «il gran maestro del cuore umano» coltivato con una determinazione attestata, oltre che dai tre straordinari esiti operistici, dal rovello con cui continuerà ad inseguire il fantasma di «Re Lear»: fino agli ultimi giorni della sua lunga vita, anche se Giuseppina, al tempo di «Otello», esprimeva la convinzione che ormai Verdi si fosse messo il cuore in pace («dorme... da trent'anni sonni profondi e non turbati»).
Anche se è lecito pensare che la pur lunga gestazione di «Falstaff» avesse ragioni ancor più lontane, proprio perché c'era di mezzo Shakespeare, quella sua complessità che, pur attraverso la lente più leggera del comico, non poteva non agire quale movente riflessivo.
Tanto più che questo ritorno al comico, al di là della più affiorante sfida, si caricava inevitabilmente di una tensione retrospettiva e al tempo stesso riflessiva, quale sedimento di esperienze, di teatro come di vita.
La più grande reincarnazione del personaggio, dunque, l’abbiamo con Verdi, ultimo frutto della sua collaborazione con Boito, preziosa nel ridare attualità dalla lettura shakespeariana, tesa a cogliere nei suoi drammi un insieme di grottesco e di sublime: quindi commedia e tragedia convivere in uno stesso abbraccio.
Risposta adeguata quella di Boito all’istanza comica di Verdi, un comico che non fosse ricalco attardato di un genere ormai da decenni obsoleto ma riflettesse la più complessa e circolare nozione che lo stesso Verdi aveva già più volte fatta propria, da «Rigoletto» alla «Forza del destino».
Anche «Falstaff» non si sottrae a questa condizione di essere dramma: naturalmente vissuto attraverso i singolari parametri della comicità. Ma è pur sempre il Verdi che mette a frutto la sua straordinaria esperienza, artistica e umana, di scrutatore del cuore umano, il Verdi che ha creato formidabili personaggi.
Così che è anche il divertimento di mettere tutti nel sacco, alla fine.
Falstaff, umiliato nella propria eroicomica prosopopea, si trova, in fondo, alla pari di tutti gli altri personaggi, tutti coinvolti nel compromesso della vita, toccati dalla volgarità del quotidiano; unici a non esserne toccati sono i due giovani innamorati, che vivono ancora in una condizione illusoria che li isola dalla banalità del mondo: e Verdi riconosce questa loro purezza d’animo regalando loro le uniche melodie ariose che volano al di sopra del dominante declamato; a sua volta trama di ineffabile leggerezza entro la quale il passato - l’antica polifonia - riaffiora in una sollecitante prospettiva: davvero «torniamo all’antico e sarà un progresso». Tratti che l’edizione discografica proposta esalta in maniera oltremodo vivida grazie al prestigio direttoriale di Karajan.
Un’edizione celebre, nata da quella strepitosa «officina» attivata a Londra negli anni Cinquanta dall’intraprendenza di Walter Legge, con la sua capacità di saper cogliere al volo i migliori interpreti, da Lipatti alla Haskil, dalla Schwarzkopf (che diverrà sua moglie) a Karajan, appunto, che uscito dal periodo oscuro della guerra, troverà una nuova opportunità nella direzione della Philharmonia Orchestra, fondata da Legge proprio per aver uno strumento rispondente alla sua estrosa, vitalissima progettualità discografica.
Tra i gioielli usciti da questa collaborazione col grande direttore - tra cui «Le nozze di Figaro» e «Il flauto magico» - risplende assolutamente anche questo di «Falstaff», registrato in stretta contiguità con «Il cavaliere della rosa» di Strauss, quasi a volere racchiudere entro una impalpabile circolarità, due vicende, quella del vecchio John e quella del «baron»  Ochs, toccate da un ambivalente segno parodistico.
 Un «Falstaff» di straordinaria lucentezza, in cui si riflette indubbiamente la lezione toscaniniana, a cogliere ogni minimo suggerimento della geniale intuizione verdiana facendone levitare al tempo stesso il respiro arioso e le screziature malinconiche.
Un tessuto mirabile entro cui vivono con coerente pienezza i vari personaggi, dal protagonista riccamente sfumato di Gobbi, alla deliziosa Alice della Schwarzkopf, dal Ford fortemente disegnato da Panerai alla Quickly  «emblematica»  della Barbieri.

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