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Controcorrente con Medea e Amleto

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di Sergio Caroli

 

La critica tematica che improntò gli studi letterari in età positivistica è tornata a lievitare in forme nuove nell’ambito della ricerca, sia di breve che di lungo periodo. 
Si inscrive in quest’ultimo orizzonte il saggio «L'idiota. Una storia letteraria» dello scrittore Paolo Febbraro (Le Lettere, pagine 330, euro 18). Va subito sgombrato il campo da equivoci: «idìos» in greco significa distinto, separato, singolare, in contrapposizione a pubblico, e in questa accezione lo intende l’autore. 
L’idiota non è lo scemo del villaggio, ma la figura letteraria che resiste alle prescrizioni che incatenano le coscienze, e che, assumendo storicamente le incarnazioni più varie, tende a «portare le strutture convenzionali del mondo al loro punto di fusione o di verifica». 
Dalla commedia e dalla tragedia greche al «fool»  shakespeariano, dal fantastico hidalgo del Cervantes al selvaggio romantico, dal candido settecentesco al santo idiota russo fino all’agrimensore K. di Kafka, l’autore mette in luce la funzione creativa, dagli effetti micidiali, che possiede in ogni tempo la figura letteraria del sognatore, del buffone, del matto, dello sradicato, che, in quanto uomo di natura, svela la tracotanza e la corruzione dell’apparato, talora subendo la condanna quando non il supplizio.
Professor Febbraro, Euripide e Aristofane offrono esempi - lei lo dimostra - di «idioti» che rovesciano la «saggezza» in follia. Può parlarcene?
Nel libro parlo di Ippolito e Fedra, poi della terribile, cocciuta Medea e soprattutto delle «Baccanti», l’ultima e incomparabile tragedia di Euripide, che segna, secondo me, un punto archetipico dell’immaginazione occidentale, e forse umana. Ne è protagonista Dioniso in persona, che giunge in una città e travolge i suoi abitanti con la sua danzante e fluida natura. Chi gli si oppone, mostrando rigidezza e timore, cercando di arrestarlo come fosse un criminale, verrà infine distrutto. Non dissimile, in fondo, è il «buffo» di Aristofane: dislocato in vari protagonisti e in varie vicende, egli è un rozzo e intrattabile nemico di ogni convenzione, si affida in tutto e per tutto alle proprie pulsioni sconfinate, ma infine negli anni in cui Atene viene sconfitta e tramonta politicamente si ripiega in sé stesso e perde il suo radicale strapotere.
In quali forme il «fool» shakespeariano toglie la maschera alla realtà?
Il «fool» più celebre è quello del «Re Lear», ma non è il solo. Ci sono diverse figure di malinconici, di ribelli, di misantropi o di sconfitti (a partire da Amleto o Antonio) che giocano un ruolo simile: hanno compreso l’inanità del potere politico e la fluida incomprensibilità del mondo, e ciò appare loro via via ridicolo o terribile, deprimente o folle. Heine ha scritto: «I freddi e saggi filosofi! Con quanta compassione guardano dall’alto in basso, sorridendo, i tormenti e le pazzie di don Chisciotte, ma con tutta la loro sapienza di scuola non vedono che quel donchisciottismo è purtuttavia quanto ha più valore nella vita, anzi la vita stessa...».
Insomma, Don Chisciotte antagonista del filisteo che non muore mai. E’ d’accordo? 
Sì. Don Chisciotte nasce come un personaggio satirico, in cui Cervantes assomma tutti i tratti negativi di una nobiltà di campagna parassitaria ed evasiva, poi però diventa qualcos'altro: una contestazione fantastica, ma puntigliosa e addirittura rigoristica, della banalità dell’esistente. La pazzia di Don Chisciotte è volontaria, è insieme gigantesca e malinconica. Essendo letteraria, poi, è assolutamente contagiosa: persino il terragno Sancio Panza ne verrà irretito. Con don Chisciotte Cervantes mette in scena l’ultimo idiota che, invece di sottomettersi alle caotiche strettoie della realtà, cerca di inventarne un’altra, regolatissima, piena di solennità e di sacrifici, prima di diventare, nella seconda parte del romanzo, il comico zimbello di personaggi cinici e astuti.
Con l’angelico principe Myškin, Dostoevskij crea l’archetipo dell’«uomo totalmente bello», oggetto di un odio insensato e di un amore impossibile, specchio della malvagità umana. Dove si manifesta la sua discendenza da Cervantes?

Myškin è un personaggio estremo, purissimo, come don Chisciotte. Il suo candore goffo ma luminoso ne fa un personaggio senza sviluppo possibile, destinato a richiudersi nella catatonia da cui all’inizio del romanzo è da poco uscito: il viaggio nel mondo è troppo, per lui. Intanto, però, Dostoevskij lo ha «sfruttato» per penetrare a fondo in tutti i personaggi che la sua potente immaginazione gli fa concepire; un po' come era accaduto a Cervantes col suo hidalgo, cavaliere errante ed erroneo, davanti al quale però il mondo si squaderna con la massima chiarezza.
All’origine del suo lavoro c'è «Il Codice di Perelà» di Palazzeschi. Chi è Perelà, omino di fumo generato nell’Utero nero del camino da un fuocherello acceso sotto di lui?
In effetti, ebbi la primissima idea del libro molti anni fa, dopo aver accostato nella mente due romanzi non esattamente comparabili per grandezza letteraria, «L'idiota» di Dostoevskij e «Il Codice di Perelà» di Palazzeschi. Il secondo mi apparve come una scheletrita, divertente parabola evangelica e dostoevskijana. Perelà è un idiota astratto e fumoso, partorito in un camino da tre vecchissime «madri» intente a leggere un antico libro. Anch’egli decide di andare nel mondo, e come Dioniso e Cristo viene dapprima portato in trionfo e poi processato e condannato, in un equivoco fatale sulla sua estranea natura. Il romanzo di Palazzeschi mi è sembrato la «summa» farsesca di un’antichissima storia letteraria, che andava raccontata.

L'idiota - Le Lettere, pag. 330, 18,00

 

 

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