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Arte-Cultura

La dimora di Otello e Falstaff

La dimora di Otello e Falstaff
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Elena Formica

C'è un luogo che possa essere definito «il più intatto», «il  più evocativo», «il più commovente» fra quelli verdiani? Prima di rispondere, attenzione: la domanda prevede che tale luogo, se esiste, possieda tutte e tre le qualità insieme, non una soltanto, magari segretamente sussurrata dallo stormir di pioppi che, attorno a una casetta dal tetto sghembo, sembrano cantar la ninna nanna a un bambinello nato il 10 ottobre del 1813. Sì, questo luogo esiste. E’ Sant’Agata, a un tiro di schioppo da Busseto, nemmeno granché lungi dalle Roncole dove Verdi nacque, ma fertile zolla piacentina perché sita nel comune di Villanova d’Arda. «Al più intatto, al più evocativo, al più commovente luogo verdiano» - come scrive Corrado Mingardi, autorevole biografo di Verdi, umanista saggio e gentile - è dedicato il libro «Il Maestro in villa. Giuseppe Verdi a Sant’Agata», un centinaio di pagine che fluenti narrano - senza impettirsi in vanitosi capitoli - le opere e i giorni del Maestro nella sua casa al di là dell’Ongina. Stampato da Grafiche Step editrice, il volume sarà in vendita in tutte le edicole con la Gazzetta di Parma a partire da domani (euro 8,80 più il prezzo del quotidiano). Ricco e suggestivo l’apparato iconografico; all’interno del libro il coupon per visitare a prezzo ridotto Villa Verdi a Sant'Agata. «E’ impossibile – scriveva il Maestro a Clarina Maffei nel 1858 – che io trovi per me ove vivere con maggior libertà: poi questo silenzio che lascia tempo a pensare...». Eccola Sant’Agata: la libertà, il silenzio, la campagna. Lì Verdi lavorò alla «trilogia romantica di Rigoletto, Il trovatore e La traviata», agli «estremi solari frutti di Otello e Falstaff», dopo aver attraversato «le vette di Un ballo in maschera, La forza del destino, Don Carlo, Aida e Requiem». E’ un colto gentiluomo, il professor Mingardi, che della modestia conosce il potenziale esplosivo: «Questo libro – precisa – non è di Corrado Mingardi, bensì a cura di Corrado Mingardi. Non ho voluto apparire in copertina come autore di quello che ritengo un  “montaggio” di testimonianze di personaggi che hanno conosciuto Verdi, che hanno frequentato la Villa o che del Maestro hanno scritto a quei tempi. Ho inteso ricostruire la vita di Verdi nella pace di Sant’Agata, dove la sua presenza si avverte tuttora intensa, come palpitante; è questo il luogo più intatto fra quelli verdiani anche in virtù del testamento del Maestro, nel quale egli stabiliva che la casa e i prati attorno venissero lasciati nello stato in cui si trovavano. A ciò si aggiunge l’affetto della Famiglia Carrara Verdi nel rispettare e gestire la Villa, peraltro abitandola, cioè vivendola in una quotidianità sempre strettamente condivisa con la memoria del Maestro».
Il libro, non a caso, riporta una dedica: «A Gabriella Carrara Verdi per l’amorosa illuminata devozione di una vita alle sacre memorie verdiane di Sant’Agata». Le fonti a cui Mingardi ha attinto sono i ricordi della stessa Famiglia Carrara Verdi (si racconta dei bambini di Maria Filomena, erede universale di Verdi, che riuniti attorno al pianoforte ascoltavano il Maestro suonare i valzer di  Strauss) e le testimonianze di Giacosa, Ghislanzoni, Boito, Escudier; ma pure le lettere di Verdi e di Giuseppina Strepponi agli amici, fra cui la contessa Maffei, Giuseppe Piroli, Cesare Vigna, Opprandino Arrivabene. Si parla di tutto: di musica e di letteratura, di economia e di agricoltura, di politica e di disoccupazione. Di gastronomia persino. Di quel che è da dare a Cesare e di quel che è da dare a Dio, comunque. C’è anche una lettera a Mauro Corticelli, per un certo periodo amministratore di Sant’Agata, poi licenziato perché inaffidabile. Corticelli – spiega Mingardi - tentò il suicidio gettandosi nel Naviglio a Milano, ma si salvò. Verdi, per aiutarlo, gli riconobbe una pensione annua. «La carità nascosta» di Giuseppe Verdi, ampia e concreta nei fatti, concisa e schiva nel lasciar traccia di sé. Anche questo aspetto emerge dalle pagine del libro, il cui curatore – che senza dubbio è «autore»  per intelligenza e sentimento del narrare – ricorda che spesso Verdi e la moglie si rivolsero al canonico Giovanni Avanzi («l’unico prete ammesso a Sant’Agata») come mediatore delle loro frequenti opere di bene. Scovato da Mingardi in un almanacco milanese del 1864 – e pressoché sconosciuto – viene quindi riportato l’episodio di cui fu testimone il critico Filippo Filippi, non sempre amico della musica di Verdi, che del Maestro scrisse: «A Roma, al tempo del Ballo in maschera, l’abbiamo veduto occupatissimo nel palazzo Vaticano a conferire con camerieri apostolici per la benedizione che il papa dovea fare di un mazzo di medaglie destinate in regalo ai contadini del suo podere: ad uno scettico spregiudicato che gli diceva: a che tante noie per aver queste tue medaglie benedette dal papa? recale come sono a Busseto e ai tuoi paesani faranno lo stesso effetto!». «No - rispose il maestro - io non voglio ingannare nessuno, e quando vedrò il drappello dei miei contadini cadere bocconi innanzi alle medaglie che io trarrò dall’involto come fanno in piazza i cerretani, sarò contento che non siano mistificati… E valga quel che valga, l’abbiano davvero la papale benedizione».

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