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Indro, epitaffi al vetriolo

Indro, epitaffi al vetriolo
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Giuseppe Marchetti


Comporre un epitaffio è tra le cose più difficili che si possano concepire: dev'essere breve, incisivo, fulminante nel giudizio, feroce e dolce allo stesso tempo, dire e lasciar intendere, blandire e trafiggere. Di se stesso, Leo Longanesi disse: «Sono un carciofino sotto'odio»  e la chiuse lì. Montanelli, che di Longanesi fu amico e seguace, lasciò scritto per sé: «Qui riposa Indro Montanelli, genio compreso, spiegava agli altri ciò che e gli stesso non capiva». Ma con gli altri, l'immensa pattuglia degli altri che gli furono vicini in vita e in morte, arrischiò molto di più. Ne possiamo ora vedere gli esiti nel singolare volume «Ricordi sotto'odio» che, a cura di Marcello Staglieno, raccoglie «ritratti taglienti per cadaveri eccellenti»: una serie di ritratti a contropelo nei quali il grande giornalista si divertì (ma poi non tanto, forse) a fissare vizi e virtù (più i primi che le seconde) di personaggi famosi non ancora scesi nella tomba (gli epitaffi risalgono agli anni '50). Il piacevolissimo e istruttivo volume edito da Rizzoli raduna gli originali dei taccuini sui quali Montanelli appuntava questi testi veloci. Autorizzando la trascrizione di tali pagine, il Fondo Manoscritti dell'Università di Pavia ha permesso di rendere nota al pubblico dei lettori questa parte della produzione montanelliana rimasta finora sconosciuta. Una parte godibilissima, senz'altro, che va ad aggiungersi alle centinaia di altri ritratti disseminati da Indro in tante pagine dei suoi libri, e specialmente in quelli che raccolgono voci, profili e giudizi sugli scrittori,  i politici, gli intellettuali, gli economisti e i più chiacchierati protagonisti del nostro Novecento. Però, tra quei libri e questo nuovo c'è una sostanziale differenza. In «Pantheon minore», in «Incontri italiani», in «Istantanee» i racconti si distendono per alcune pagine, mentre in «Ricordi sott'odio» devono bastare tre, quattro o cinque righe al massimo, e brevi. Un esempio: «Qui riposa / Eugenio Montale, / Baritono». La ferocia del testo è più che mai evidente. Come scanzonata, ma non meno maligna è la lapide scritta per Gazzoni, quello del Resoldor: «Qui giace / Nando Gazzoni. / Oh / Come respiro!». E ancora il testo riservato a Mattei: «Qui / Riposa / Enrico Mattei. / A nostre spese / Senza badare / a spese». Nel piacevolissimo scritto introduttivo, Marcello Staglieno osserva e si chiede: «Era poi consapevole, Indro, d'inaugurare con gli epitaffi una sorta di nuovo, sia pur minore (o minimo) genere letterario?». Noi pensiamo che lo fosse, anche se una lunga tradizione di aforismi e di «scritti brevi» percorre tutta la nostra letteratura da Cecco Angiolieri a Mino Maccari, a Ennio Flaiano. In una sua ottima scelta antologica riccamente commentata «Scrittori italiani di aforismi» (Meridiano Mondadori 2000) Gino Ruozzi ha abbondantemente illustrato questo genere prezioso e sfizioso che però non comprende gli epitaffi, una sezione che invece premeva molto a Montanelli poiché - come più volte abbiamo sentito ricordarlo da lui stesso - solo la morte evidenzia pregi e difetti dell'estinto senza che egli possa contraddirci. «Ricordi sott'odio» poi rivela anche una parte non minore del carattere del suo autore: quella parte amorosa e invidiosa che Montanelli non aveva nessun ritegno a dimostrare. I suoi «cadaveri eccellenti» erano stati in vita, infatti, assai spesso suoi amici, o amici dei suoi amici, persone note, anzi notissime, sulle quali si erano appuntati per anni gli occhi della pubblica opinione, dei giornali, della politica (memorabile l'epitaffio per Nenni: «Qui / Riposa / Pietro Nenni / Bonario / Rivoluzionario / Abitudinario / Sognò / Barricate / Su cui / Passeggiare / In / Pantofole») dell'arte, dello spettacolo e della letteratura: ecco l'epitaffio per Zavattini: «Non piangete / Per / Cesare Zavattini / Ha già pianto / Lui / Per tutti noi».  Era dunque necessario «smontarli», sezionarli, ridurli al loro semplice ruolo di essere umani, poveri peccatori come tutti noi. Ecco il compito di questi «ritratti» che, del resto, e a ben guardare, non sono poi veri e propri ritratti comunemente intesi, ma incisioni deformate (Goya insegna!) degne dei cadaveri eccellenti ai quali si riferiscono. D'altra parte, non bisogna dimenticare che Montanelli appartiene di diritto a quel genere di scrittori dal Berni in avanti che preferiscono caricare la realtà anziché semplicemente descriverla. La realtà, per loro, infatti, è soprattutto un coacervo di contraddizioni e può convincere solo se osservata ad una certa distanza dallo scrittore, come diceva Prezzolini, uno dei maestri di Montanelli, uno scettico che vedeva persino nel concetto di Dio «un rischio». Ma il toscano Indro (con alle spalle Machiavelli e Guicciardini) confidava anche e soprattutto nella propria abilità, nel suo senso del ridicolo sino al tragico, e nel suo senso del tragico sino al ridicolo: fra i due estremi si collocano gli epitaffi, che non sono solo un giudizio di feroce saggezza sui comportamenti altrui, bensì l'intima pretesa di chiedere, alla fine, anche pietà per sé con un sorriso e una segreta richiesta di complicità. L'epitaffio per Longanesi l'esprime molto bene: «Qui / Giace / Per la pace di tutti / Leo Longanesi / Uomo imparziale. / Odiò / Il prossimo suo / Come / Sé stesso».
Ricordi sott'odio
Rizzoli, pag. 218, 17,00

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