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Ubaldo Bertoli, la gioia di rileggerlo

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 di Giuseppe Marchetti

E'sempre un piacere scrivere di Ubaldo Bertoli, come era un piacere ascoltarlo e parlargli. Ma soprattutto era ed è un piacere leggerlo, corrergli dietro nella fuga dell'immaginazione e rivederlo oggi in queste pagine squadernate tanti anni fa e rimaste miracolosamente intatte, fresche, vive, aggressive con il loro tono di scapestratezza e poesia. Pagine umane, insomma, che il trascorrere delle mode (la prosa d'arte e da giornale, allora!), dei miti e dei tempi non ha in alcun modo ingiallite e private di umori e sapori.
 Pagine di «Ubaldo Bertoli - eroe romantico della ribalderia parmense» che da sabato sarà venduto con la Gazzetta a 8,80 euro più il prezzo del quotidiano, pagine che recano in apertura gli affettuosi e memori ricordi personali di Giorgio Orlandini, di Gianni Cugini e dell'assessore alla Cultura del  Comune di Parma Mario Marini. 
Pagine trepidamente coraggiose che sono accompagnate dall'ampio saggio biografico, storico e critico di Bruno Rossi nella prima parte (1947-'51) e dall'altrettanto illuminante e partecipe ricordo scritto da Davide Barilli sul Bertoli degli ultimi articoli e degli anni ultimi.
Ma perché «ribaldo»? Proviamo a capirne il senso adesso a ridosso dell'anno centenario della sua nascita a Solignano (non a Parma come mi scappò scritto il mese scorso, e male me ne incolse perché fui aspramente corretto!). Ribaldo non perché ladro o soldato dedito alla rapina e al saccheggio, ma per il fatto che tutti i suoi scritti - e in questo libro ce n'è in abbondanza - rubano alla realtà un risvolto comico e uno tragico, una memoria del momento e una dell'epoca, la cronaca di un incontro è la storia di una gente. 
E così Ubaldo rientra, da eccentrico che potrebbe sembrare, in quella illustre categoria di giornalisti scrittori che a Parma, da Bruno Barilli in poi, conta moltissimi nomi di primo piano, da Guareschi a Torelli, da Goldoni a Chierici, da Valli a Bianchi, a Molossi e altri dediti al servizio della parola che darà magnifica prova per Bertoli, ne «La Quarantasettesima», nei racconti del «Vento del Nord» e ne «La nave dei sogni perduti».
 Creazione che continuamente s'avvera anche nel libro di oggi pur essendo esso con il suo titolo un po' salgariano, da tigrotti di Mompracem, più un testo di colore e di atmosfere che non una raccolta di «accoppiamenti giudiziosi» per dirla con un famoso titolo di Gadda tornato in questi giorni in libreria. Quale era  lo spirito di Ubaldo Bertoli quando da cronista del nostro giornale setacciava i fondi della città, e quando da scrittore ormai tranquillamente annoverato fra i narratori del Novecento (ma anche qui con molte e non marginali distinzioni) continuava a scrivere racconti fra gli Anni Novanta e il Duemila? Non era sempre il medesimo. Non era, il suo, sempre e soltanto giornalismo. 
Era semmai la dimostrazione di voler capire cosa c'era dietro quella «certa Parma» tra il '47  e il '51 e come sotterranee ma robuste modifiche andassero imponendosi in città, in una città che era stata prima una capitale, e poi una «petite capitale» secondo l'amorevole definizione di Attilio Bertolucci, altro cantore, ne «La camera da letto» del rito del romanzo borghese che ha bisogno della poesia per esser credibile e fresco e istintivamente efficace.
Così Bertoli «eroe romantico» e «ribaldo». 
Non prendiamo queste definizioni però nei loro significati più rigorosi. Bertoli non è un eroe, è invece un romantico; mentre striglia e deride piange anche di compassione, vuol bene ai suoi personaggi dell'Oltretorrente così carichi di «stranomi» da sembrare dei mostri, e celebra la sinistra inclinazione alla ribalderia, come scriveva Bruno Barilli, identificandosi con essa, vivendone le azioni, le parole, e i riti più beceri, ma vivaiddio, anche i più veri nelle sue pagine da lui stesso magnificamente illustrate.
Il suo giornalismo, infatti, essenzialmente visivo, palpita di suggestioni e connotazioni che raccolgono centinaia di nomi, un popolo di viventi osservati da un testimone accuratissimo che rovista tra i cenci e gli ori delle loro giornate, li indica ai suoi lettori, li fascia di luci e di ombre, li ama, li patisce con un sorriso e una lacrima, li sfotte e li compiange. Nella storia della città, Bertoli infila «ribaldo» il canto immaginoso della sua «Commedia» stesa di là e di qua dall'acqua nel grado supremo della simpatia e della dipintura che toglie ai caratteri l'amaro dei vizi e ne innalza le generose tribolazioni quasi in virtù, quasi santità laiche che hanno superato l'arco degli anni, delle povertà e delle ricchezze nel caldo abbraccio di un'avventura romantica che ancora ci seduce e ci incanta: un «Va pensiero», insomma, solenne e popolare.

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