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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - Le uova deposte nel grano

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di Marta Silvi Bergamaschi

Ottobre: un mese fatto di giorni brevi e delicati, eppure toni smarriti e profumi forti serpeggiavano tra i borghi del paese: l’odore casalingo della prima polenta, «la piccola luna, in un gran cerchio di vapore» diceva Manzoni. Aspro, usciva dalle cantine l’odore dell’uva pigiata e procurava allegria. Erano giorni di cose buone, quasi il tempo volesse pagare i debiti dell’anno. Ottobre pieno di colori non voleva morire: mutava le carte come un baro e noi eravamo felici. In casa la mamma aveva già deposto in due grandi ceste le uova appena giunte dalla campagna: mia sorella e io le guardavamo rapite. Sapevamo ch’era giunto il giorno «dell’operazione uova»: fragili, lisce, piccole teste d’avorio con il cervello giallo, dovevano essere portate in solaio e deposte tra il grano già portato nella grande stanza «apposita». Una collina dorata, abbandonata sul pavimento di cotto, era in attesa delle uova che si sarebbero mangiate d’inverno. Il solaio: un luogo misterioso e ricolmo di sorprese: i gattini appena nati tra le fascine ancora odorose di prati; la stanza delle cose squisite: mele, pere, noci, nocciole, uva che pendeva turgida dalle travi, nespole nella paglia: e profumi che si univano in un’unica meravigliosa promessa che avrebbe rallegrato l’inverno. Ed eccoci con la zia Nella, la zia sempre vestita di nero, nel granaio. «Bambine - diceva la zia - adagio, deponete le uova nel grano con delicatezza, una piccola crepa rovina tutto, capito?». «Capito» rispondevamo. «Zia - dicevo io - l’uovo è bellissimo, liscio, perfetto: ma perché esce dal didietro delle galline?». «Ma che didietro, esce dalla gallina e basta». «Come poi ha fatto a entrarci» insistevo io. «Le galline - rispondeva la zia -, vivono nel pollaio o sull’aia, in campagna, con un unico marito: il gallo. Il gallo le sposa e dal matrimonio nasce l’uovo. Dall’uovo che non si mangia nasce il pulcino. Misteri della vita». «Ma la vita è bellissima - diceva mia sorella - con tutti questi misteri. Se non ci fosse nessun mistero - diceva rivolta a me - sarebbe forse più noiosa, no?». «Certamente» rispondevo io. «Allora il gallo dal crestone rosso - continuava - ha tre mogli: che strano! Pare non litighino mai». Nel solaio esisteva anche la stanza adibita a pollaio. Infatti la zia ci faceva bere spesso un uovo ancora caldo: due buchetti nel guscio in alto e in basso e l’uovo veniva succhiato come una prelibatezza. Era l’uovo delle nostre galline invernali. Deposte le uova nel grano si scendeva dal solaio. Era compito nostro dopo «l’operazione uova» andarle a recuperare quando la mamma cucinava la frittata, i ripieni, la pasta grattugiata o faceva la sfoglia. Era bellissimo tornare nel granaio, frugare tra i chicchi freddi e pungenti e trovare finalmente un uovo. Erano lontani l’uno dall’altro e questo a me dispiaceva. Non possono neppure parlare tra loro, si sentiranno soli, pensavo. E finiranno la loro vita tra i denti dei cristiani. Avrei voluto una vita forse un poco diversa, chissà che cosa avrei voluto. Ero convinta che le cose ci ascoltassero, ci amassero… e noi le mangiavamo. «Le tue parole d’amore - diceva spesso il papà - ronzano attorno come insetti. Dimmi un po’, vivresti senza cibo?». «No». «E allora smettila con questa mania di animare le cose». I grandi, pensavo, non possono capire o non vogliono capire. Poi non è così per tutto: una noce non è un uovo e neppure una nespola ritrosa tra la paglia con il suo sapore che lega i denti. Ci sono delle differenze. Ma chi se ne accorge? Un giorno mia sorella e io tornammo da scuola e subito nel corridoio annusammo un profumo nuovo, delizioso. La mamma aveva cucinato la torta fritta ripiena di una crema preziosa: uova per la crema pasticciera, mandorle, pinoli, uvetta: un insieme speciale che non volle del tutto spiegarci. «Quante uova hai adoperato, mamma» chiedevo io. «Cinque» rispondeva. «E quante saranno rimaste nel grano?». «Proprio non lo so - rispose allegra la mamma - le uova, ho notato, t’interessano molto». «Certo - rispondevo - sono il mistero dei misteri. Che lavoro per una povera gallina: guscio, albume, tuorlo. E qualcuno le chiama stupide. Stupida come una gallina! Bugie. E vivono senza mai litigare con un solo marito spavaldo che canta all’alba come un matto: ma il suo canto è senz’altro un grido d’amore». Il babbo, appena tornato dall’ufficio, rideva bonario e diceva: «Sentila, pare che sappia cos’è un grido d’amore! Ha una bella fantasia, la mia bambina".

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  • @driana

    23 Ottobre @ 14.05

    Bel racconto pieno di ricordi, mi è piaciuto ... però mi incuriosisce molto la torta fritta ripiena di crema pasticcera, mandorle. pinoli e uvetta.

    Rispondi

  • maria

    23 Ottobre @ 14.05

    bellissimo racconto

    Rispondi

    • riccardo

      23 Ottobre @ 22.43

      sarai sempre nel mio cuore, grazie maestra marta

      Rispondi

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