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La fine del mondo, ridendo

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Se fosse ancora vivo, e vivo purtroppo non è, sarebbe stato bello sbrigliarsi con Gene Gnocchi in uno di quegli istruttivi, fecondi, oseremmo aggiungere edificanti conversari, che di solito scortano e illustrano l’uscita di un nuovo libro. Ma Gnocchi, signori, non c'è più. Lo apprendiamo, non senza un sùbito moto di raccapricciata sorpresa, a pagina 135 di questo suo postumo,   e ahinoi giocoforza incompiuto, lavoro, «L'invenzione del balcone», che Bompiani ha pur tuttavia avuto l’animo di pubblicare quale ultima opera, ultima fulgida tappa sull'impervio cammino della vita, del nostro illustre e nobile estinto (e l’espressione «ultima opera», ne converrete, in questo caso risuona di una sua verità sinistra ancorché irrevocabile). Niente più interviste, niente più conversazioni con l’autore, dunque. Ma la morte, sopraggiunta il 3 luglio scorso e passata sotto un silenzio assordante data la rinomanza speciale del suo protagonista, ha regalato precocemente a Gnocchi il privilegio dei Grandi, a non voler proprio dire dei Classici: la lieta opportunità di essere letto nella sua aspra, enigmatica nudità di Testo, senza che alcun’interpretazione autentica giunga a corrompere l’olimpica terzietà di una siffatta lettura. Diremo pertanto, e sempre che l’immedicabile cordoglio ce lo lasci dire, che Gnocchi aveva approntato un singolare quanto scaltro libello, dal titolo insieme adescante e improbabile (certo non frutto delle pur ragionevoli ubbie della maestranza editoriale), ma, nondimeno, di alta e schiettissima letteratura:  in cui si dà conto - non senza preclara dovizia di esempi e di immaginazione fantastica - della fine del mondo. Perché il mondo è finito. Fi-ni-to. Se nell’insigne produzione pregressa del noto comico e scrittore fidentino (da «Una lieve imprecisione» a «Stati di famiglia» ai versi di «Sistemazione provvisoria del buio»...) il mondo risultava pur ancora languente, moribondo e morituro ma in vita, qui il mondo si è spento. Non più semplici «debolezze», elementari «asintonie», «piccole sorprese compatibilissime con l’esistente», o quel «lieve incresparsi dell’onda», quel «flebilissimo sottotraccia»: giacché il mirabile complesso di relazioni e rapporti in cui esso mondo consiste si è ora sfasciato - in un bang o in un sussurro. Ne restano i frantumi, i monconi, i mozziconi irrelati: è la scena devastata che ci si pianta sotto gli occhi ogni giorno (e qui il tono, comprenderete, potrà anche farsi un po' meno cerimonioso). Gene pretende che a narrare sia un competente venditore ambulante di siero antivipera, tal Camillo Valbusa, il quale - giorno per giorno (è infatti il suo diario che abbiamo davanti) - si scopre a esperire l’insensatezza di questa scena sfondata. E per quanto possegga un solo nome e cognome, e da buon imbonitore qual è batta le piazze sulla sua Seat Toledo dotata di altoparlante in compagnia del nipotino Mirko e della vipera Carlotta (a loro dimostrare i prodigi del siero), grazie al diario scopriamo che Camillo, ogni giorno, «si inventa», mentre si espone al racconto dei fatti minuti che gli accadono (non sarà questa la vera «invenzione del balcone»?): raddoppiando, triplicando, centuplicando le maschere della propria persona. Tutto questo, in virtù della mirabile e sottilmente rumorosa prosa del libro, tiene dell’irresistibilmente ilare e, insieme, del mostruoso: si intenda «mostruoso» nella sana accezione a cui si riferiva uno dei maestri indiscussi, con Daniil Charms, del nostro Gene, Giorgio Manganelli - e Gene ha sempre fatto pensare a un Manganelli cresciuto, anziché sull'Accetto e sul Bartoli, sui ritmi infernali delle gag televisive. Mentre la fantasia guizza fra il beffardo fulgore della trovata mirabolante e il rapido schiocco della battuta  a mo' di   ceffone improvviso (ce n'è per tutti: da Berlusconi a Bossi a Giovanardi a Veltroni, dai Pooh  alla Tamaro a Erri De Luca a Alain Elkann), quel che si compie è il lento, paziente, laborioso disegno dei paradossi in cui il mondo è sparito (ma è di un certo conforto sparire sapendosi in compagnia di Giovanni Rana e del suonatore di zufolo degli Inti-Illimani...). E, d’altra parte, come poteva non sparire, non affondare, non eclissarsi, se ormai tutti «i luoghi dell’accaduto» sono fungibili perché sono lo stesso luogo? Se continuare a vivere «nel frattempo» ci costringe ad andarcene verso l’ignoto senza illudere nessuno che potremo tornare «nel frattempo»? Se la sensazione è che ormai tutto - l’amore, il dolore e ogni altra risma del sentimento - sia solo la replica meccanica di un qualcosa che è evaporato per sempre? Il venditore di mappamondi su misura - annota Camillo, scoprendo che c'è chi non vuole il lago di Garda, e chi viceversa pretende solo il Po, la Padania e Monza capitale - sogna di soddisfare le richieste di chi desidera un mappamondo senza mondo: solo una brezza leggera che ti scompiglia per un poco i capelli. Qui Gene, è evidente, ci ha messo proprio del suo. E ci si commuove a pensare che allora, prima di morire così improvvisamente e misteriosamente (tanto misteriosamente che i media non ne hanno parlato, perché hanno ritenuto trattarsi di un bieco trucchetto a scopo bassamente autopromozionale), immaginasse un angolo fatto solo di brezza: e ciò mentre questo libro incompiuto (che l’editore ha dovuto rimpolpare anche pescando nei carteggi del Nostro: nobile corrispondenza con Croce, Calvino, Balestrini, Arbasino, Tofano, Rodari, Moravia e perfino Kurt Gödel), e ciò, lasciatemi riprendere il filo, mentre questo libro (incompiuto?) sembra celebrare soltanto il cinismo, lo sberleffo, quella risata terminale che ci ha già seppelliti. E’ un raro tocco di delicatezza superstite. Che ci fa ipotizzare che le cose non stiano mica tanto così. No, cari miei, il guastatore della «Domenica sportiva» non è un sosia, e accà nisciuno è fesso: Gene è vivo, è più vivo che mai. Alla facciaccia della morte: del mondo e di se stesso.
L'invenzione del balcone
Bompiani, pag. 236, 17,00


 

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