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Olindo, Sivìl e un nocciolo di pesca

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 Pubblichiamo il racconto vincitore del  premio letterario nazionale «La storia si scrive a Noceto … parola di nonno» indetto dal Comune di Noceto in occasione della Festa dei Nonni, sul tema «…ero bambino… c’era la guerra».

 
Sono nato il 17 aprile del 1940. I miei primi cinquantatré giorni di vita furono benedetti dalla pace, poi cinque anni di guerra. Mio padre, Lucio, capitano dei bersaglieri, morì a Tobruk, il 7 dicembre del 1941. Nella motivazione della medaglia alla memoria si parla del «comandante di una compagnia contro carri» che, colpito mortalmente durante un attacco avversario, «non si preoccupava che dell’esito della lotta e della sorte del proprio reparto». Esiste un’altra storia, racchiusa tra le carte di mia madre, nella lettera di un cappellano militare che, avendo assistito mio padre negli ultimi momenti, le scriveva: «…nel delirio ripeteva i vostri nomi… Maria, Giorgio, Nardo […] il suo ultimo pensiero è stato per i suoi cari… Lei e i suoi figli». Il 7 dicembre del 1941 io avevo un anno e otto mesi, mio fratello Giorgio tre anni e dieci mesi e mia madre trentun’anni e cinque mesi.
 
I primi bombardamenti a Bologna e la difficoltà a procacciarsi il cibo necessario ad allevare due bambini convinsero mia madre ad allontanarsi dalla città. Andammo a Gambettola, un paese della Romagna poco distante dal mare, dove non vi erano caserme da bombardare e la guerra sembrava lontana. Sembrava.
 
Quella mattina d’agosto del 1944 mia madre aveva deciso di andare da una famiglia di contadini per comprare delle uova. Abitavano vicino alla ferrovia e si camminava in fretta perché tre giorni prima alcuni aerei avevano bombardato la stazione. La giornata era limpida, serena, assolata. Mio fratello Giorgio camminava davanti a noi stringendo il suo bastone che, a seconda delle circostanze, poteva diventare, fucile, scimitarra, mitraglia, spada, frustino o bacchetta magica.
All’improvviso, due aerei bassissimi passarono sopra le nostre teste. Con un rumore assordante puntarono sulla stazione e la terra cominciò a tremare. Mia madre mi prese per la vita e mi lanciò in un fosso e poi mi fu sopra con il suo corpo. Giorgio rimase in mezzo alla strada e con il suo bastone, che era diventato mitraglia, sparava agli aerei. Mia madre urlava «buttati giù… buttati giù». Soltanto dopo il primo boato si gettò nel fosso, ma la terra tremava ancora e lui era di nuovo in mezzo alla strada a sparare con il suo bastone mitraglia ta ra ta ra ta ra. Poi tornò il silenzio. «Gni dentor, gni dentor chi tornen… chi maldet iv masen tuti», gridò un ragazzo da una casa colonica. Mia madre si alzò, mi sollevò dal fosso e corse verso il porticato della casa urlando a Giorgio, che era rimasto in mezzo alla strada, di venirle dietro. Ma Giorgio continuava nella sua battaglia. Allora il ragazzo uscì – «Sta attenti Zvanein… sta attenti Zvanein» gli gridarono dalla casa –, afferrò Giorgio per un braccio e lo fece volare sotto il portico.
«Tornano quei maledetti e sparano a tutti …l’han fatto con Sivìl» disse in dialetto Zvanein. Sotto il portico c’era una signora anziana, una bambina di nome Fiorella, mia madre, Giorgio ed io. Io ero ridotto male: le gambe rovinate dalle ortiche, un braccio insanguinato dai rovi, ma – la cosa più dolorosa – avevo perso una scarpa e il mio bambolotto di pezza che si chiamava Olindo. L’unico gioco che mi ero portato da Bologna, lo tenevo sempre con me, di notte dormiva sotto il mio cuscino e ogni tanto lo sistemavo perché non prendesse freddo.
«Chi è Sivìl?», chiese mia madre sottovoce alla signora anziana. «El me caval», rispose quasi urlando il giovane. Poi, uscì nella corte verso la fontana, a lavarsi la faccia per non far vedere che stava piangendo. Era tornato il silenzio e la signora anziana raccontò che cosa era successo a Sivìl. 
Sivìl non era un cavallo, ma un mulo: imponente, docile, grande lavoratore, ubbidiente. Zvanein e il mulo erano cresciuti insieme nel gioco e nel lavoro, si cercavano la mattina e se la contavano come due vecchi compagni.
Quando al mulo arrivò la cartolina rosa per presentarsi alle scuderie del distretto di Forlì, Zvanein l’andò a salutare alla stazione come quando parte un fratello o un famigliare per fare il soldato. Sivìl anche da soldato, nonostante la nostalgia, si comportò bene. Superò brillantemente tutti gli esami: marce con carichi, attenzione ai richiami, resistenza alle privazioni della fame, del freddo, della sete, rimaneva solo la cosiddetta «prova del fronte», quando i muli vengono sottoposti a fragori simili a colpi di cannone per vedere la loro reazione. E la reazione del povero Sivìl fu disastrosa: i boati lo facevano impazzire, non rispondeva agli ordini, trotterellava velocemente su se stesso come per scappare e non si allontanava di un metro. Fu ritenuto «non idoneo al servizio militare». 
Felice come una Pasqua, Zvanein partì a piedi per Forlì con 38 lire, che tanto il mulo era costato all’esercito per il mantenimento nei due mesi di addestramento, e se lo riportò a casa. E da allora il mulo, che non era stato militarizzato, fu chiamato da tutti «sivìl» appunto «civile».
Tre giorni prima, raccontò la signora anziana, «eravamo nei campi e accadde tutto in un baleno». Fu all’inizio uno strano ronzio come quello di uno sciame d’api che cerca l’angolo giusto dove sistemarsi, poi aumentò fino a diventare un fragore. Dalle colline apparvero tre o quattro aeroplani, puntarono dritto sulla stazione e poi la terra cominciò a tremare. Tutti si buttarono nei fossi. In mezzo al prato rimase Sivìl, terrorizzato da quei boati che non avevano fine. Girava intorno a se stesso sgambettando senza sosta. Zvanein gridò, urlò, ma Sivìl era come impazzito. Un altro aereo arrivò dalla pianura, passò sul campo e mitragliò. A quel punto Zvanein uscì dal fosso e corse verso Sivìl, cercò di afferragli il muso e chiudergli le orecchie, ma ogni sforzo fu inutile. Dopo, aver sganciato le bombe sulla stazione, l’aereo si alzò dritto in cielo, fece un cerchio e si diresse ancora sul campo. Dall’alto la danza di Sivìl doveva sembrare al pilota una provocazione. «L’aereo passò bassissimo sulle nostre teste e mitragliò ancora, decine di proiettili sollevarono le zolle intorno a Sivìl, ma non fu colpito». Il macabro balletto continuò. L’aereo tornò in cielo. Per il pilota Sivìl era diventato un bizzarro bersaglio, una preda da cacciare, una sfacciata sfida, un giocattolo da abbattere, come i palloncini alle fiere. «L’aereo fece un ampio cerchio e in un lampo fu sopra le nostre teste, mitragliò e poi sparì dietro i filari dei pioppi verso le colline». Sivìl continuò la sua danza su quel metro di terra che aveva legato il suo destino e poi, d’un tratto, stramazzò.
 
La signora anziana raccontò che Zvanein corse ad abbracciarlo e piangevano tutti e due. A questo punto io chiesi: «…ma Sivìl è morto?». E Zvanein rispose in dialetto: «l’ho seppellito questa notte sotto la quercia grande».
Urlai disperato: «non è vero…non è vero… non è vero…non è morto…non è morto» e mi buttai per terra scalciando come il povero mulo. Mia madre corse a tenermi la testa che sbattevo sul fondo che per fortuna era di terra, Giorgio e Zvanein mi fermarono a fatica le gambe, la signora anziana corse a prendere dell’acqua; questa lotta durò finché sfinito crollai tra le braccia di mia madre. Poi mi portarono a letto e lì rimasi qualche ora.
Il risveglio fu dolcissimo. Mia madre, sdraiata vicino a me, mi teneva una mano sulla fronte. La stanza era in penombra. Fuori silenzio e sole. Sul soffitto vedevo chiaramente, anche nei colori, le immagini riflesse delle galline che beccavano nell’aia, poi lontano la voce di Giorgio e di Fiorella che giocavano.
Quando mia madre si accorse che ero sveglio mi disse: «Vedi le galline che si muovono sul soffitto… ecco il cinema è qualcosa di simile». Arrivò la signora anziana con un cucchiaio di miele e una tazza di latte. Poi sentii Giorgio e la Fiorella rincorrersi nelle scale ed entrare nella stanza. Giorgio teneva in mano la mia scarpa e la Fiorella mi allungò ridendo Olindo. Un risveglio dolce senza rumori, senza paure, la guerra cancellata, dimenticata.
Ci mettemmo in ordine e su un calesse di un vicino ritornammo in paese. Prima di salutarci la Fiorella mi regalò una bella pesca e credo di aver sentito per la prima volta la dolcezza dell’innamoramento. Giorgio mi chiese di fare a metà della pesca, ma mi rifiutai. Un comportamento insolito e incomprensibile. Il giorno tenevo la pesca in un sacchetto assieme ad Olindo e la notte la mettevo al centro del comodino perché non ruzzolasse. 
Una mattina la pesca non c’era più. Giorgio l’aveva mangiata. Un piccolo dramma famigliare. «La pesca stava marcendo» disse Giorgio. «Era un regalo di Fiorella» dissi io piangendo. «Era un ricordo». «Ma il ricordo l’ho conservato» rispose Giorgio e mi allungò un bel nocciolo di pesca. «Prima o poi sarebbe diventata così», disse la mamma. Presi il nocciolo e smisi di piangere. Quel nocciolo l’ho ritrovato ancora tra le poche cose sopravvissute ai miei tanti traslochi.
 
Dopo quel giorno d’agosto la guerra ci crollò addosso. Era cominciata la «battaglia di Rimini».  
 
Per tutti la guerra finì il 25 di aprile. Per la mia famiglia la guerra per la vita continuò nel tempo. E la morte di un padre mai conosciuto segnò tutta la nostra esistenza.
Leonardo Di Jorio
 

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