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Quando governava la Chiesa

Quando governava la Chiesa
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Giuseppe Albertoni
Parma in età ottoniana: i nuovi poteri del vescovo «Parma medievale. Poteri e istituzioni», terzo volume dell’opera editoriale Storia di Parma, edita da Monte Università Parma Editore, illustra la storia della nostra città a partire dal periodo dell’alto Medioevo, analizzando le dinamiche del potere laico e temporale, i conflitti e le situazioni belligeranti tra centro urbanizzato e territorio agreste, i profili dei personaggi che hanno contribuito allo sviluppo della città, dai vescovi alle famiglie signorili.  Il saggio di Giuseppe Albertoni, di cui pubblichiamo a seguire un contributo, si intitola «Il potere del Vescovo. Parma in età ottoniana».    
La storia di Parma in età ottoniana può essere compresa a pieno solo se si tiene in considerazione la forte instabilità politica che caratterizzò il Regno italico per quasi tutto il X secolo. In questo contesto, all’interno di un complesso gioco di costruzione e dissoluzione di alleanze, alcuni vescovi di Parma riuscirono ad acquisire un ruolo di rilievo grazie ai loro stretti rapporti con i sovrani, favoriti anche dalla posizione strategica della loro città lungo la via che, oltrepassando il passo della Cisa, portava a Lucca e, da qui, a Roma. Tra questi vescovi possiamo ricordare in particolare Uberto, che il 13 marzo dell’anno 962 ottenne dall’imperatore Ottone I - da poco incoronato a Roma da papa Giovanni XII - un diploma che concedeva alla Chiesa di Parma importanti diritti sulla città e il territorio circostante.
Torneremo tra breve sul contenuto di questo diploma. Per ora è importante ricordare che fu concesso in frangenti politici delicati, segnati dal duro conflitto tra Ottone I, il re di Germania chiamato in soccorso da alcuni grandi del Regno italico, e il re d’Italia Berengario II, un tempo vassallo di Ottone I e ora suo antagonista, un conflitto che si concluse solo nel settembre del 963, con la resa di Berengario dopo un lungo assedio della roccaforte di San Leo di Montefeltro in cui si era rifugiato. Oltre che per la forza militare del suo esercito, Ottone I riuscì a prevalere grazie all’appoggio di alcuni personaggi eminenti del regno italico. Tra questi vi era anche il vescovo Uberto, in precedenza strettamente legato a Berengario II e a suo figlio Adalberto, di cui era stato sino al 961 consigliere, cancelliere e arcicancelliere, tutte cariche centrali nell’organizzazione e gestione del regno. Il suo passaggio da Berengario II a Ottone I dovette essere repentino, tanto che nel 962 lo troviamo già tra i firmatari del cosiddetto Pactum Ottonianum, l’atto con cui l’imperatore da poco incoronato stabiliva nuove norme per regolare i rapporti tra Impero e Chiesa di Roma, a partire dalle modalità dell’elezione papale.
Resosi conto della debolezza di Berengario II e di Adalberto, che mantenevano invece il sostegno del conte di Parma Meginfredo o dei suoi eredi, Uberto si schierò risolutamente con Ottone I, presenziando all’incoronazione imperiale e svolgendo un ruolo di mediazione con altri grandi del regno. Fu in questa fase di creazione di alleanze inedite che il nuovo imperatore rafforzò notevolmente la posizione di Uberto attraverso il diploma del 13 marzo del 962, che di fatto esautorava definitivamente i conti di Parma da ogni funzione pubblica sulla città e sul suo immediato circondario. In tal modo l’imperatore poneva termine alla complementarietà tra potere vescovile e potere comitale che era stata una delle pietre miliari della politica carolingia.
Al contrario di altri atti coevi, spesso stereotipati, quello concesso al vescovo Uberto nel 962 si inseriva pienamente negli eventi del tempo, di cui troviamo esplicito richiamo già nell’arenga (una sorta di preambolo) del diploma, là dove Ottone I dichiara di agire per ottenere la stabilità dell’Impero, espressione che dall’età carolingia in poi indicava in particolare la necessità di pacificare i conflitti interni. In questa situazione di emergenza l’imperatore decise di accogliere le richieste del vescovo Uberto affinché fosse favorita la sua Chiesa secondo il costume dei suoi predecessori. Questo generico richiamo alla tradizione delle concessioni regie a Parma non porta però, come accade per altri atti coevi, al semplice elenco di beni e proprietà acquisiti in passato e alla loro conferma, pur con qualche integrazione: l’obiettivo di Uberto, infatti, era l’acquisizione di nuovi diritti, strettamente collegati all’autorità regia e sino ad allora esercitati dai conti. Il suo progetto era chiaro e coincideva con l’esigenza di Ottone di avere alleati fedeli in luoghi strategici per il controllo del territorio e della viabilità. Il vescovo di Parma poteva estendere così le prerogative già acquisite dai suo predecessori all’ambito giudiziario, vero pilastro dell’esercizio dei poteri pubblici.
Tutto ciò significava che, nella prassi quotidiana, il vescovo da questo momento in poi avrebbe avuto il controllo di tutti i livelli della giustizia, divenendo supremo "arbitro" della vita cittadina. Non solo: al di fuori di Parma la giurisdizione del vescovo fu estesa a tutti coloro che vivevano in una cerchia di tre miglia delimitata dalle località di Beneceto, Casello, Coloreto, Porporano, Alberi, Vigheffio, Vicofertile, Fraore, Eia, Baganzola, Casale Parencani (San Martino) e Terabianum. Per poter svolgere in modo compiuto i poteri così acquisiti il vescovo, però, aveva bisogno di "specialisti" del diritto e della compilazione degli atti pubblici. In tal senso si spiega il motivo per cui il diploma assegnasse a Uberto e ai suoi successori il potere di eleggere e nominare i notai, figure centrali nelle dinamiche della vita cittadina.
Con la concessione del 13 marzo del 962 il vescovo di Parma diveniva, dunque, l’effettivo detentore del potere nella sua città e nel distretto circostante. Conseguite molte delle funzioni che tradizionalmente erano esercitate dai conti, egli tuttavia non acquisì il titolo comitale e, quindi, non fu mai un funzionario del regno. Il suo rapporto col sovrano era garantito dalla sua fedeltà e dagli interessi reciproci. Nella città - di cui controllava anche le mura, il mercato e ogni altra funzione pubblica - egli esercitava i poteri ottenuti dalla concessione ottoniana con l’ausilio di esponenti dell’élite cittadina, dando il via a una dialettica politica destinata a svilupparsi ulteriormente nei decenni successivi sino a sfociare nell’istituzione del comune.

 

 

 

 


 

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