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Spirò tra le braccia di S. Filippo Neri

Spirò tra le braccia di S. Filippo Neri
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Anna Ceruti Burgio
Quest’anno ricorre il 450º anniversario della morte del poeta parmigiano Jacopo Marmitta, seguace di San Fi-
lippo Neri, il religioso filantropo la cui opera fu incoraggiata dalla famiglia che governò Parma, dove gli è stata intitolata la Congregazione attiva fino alla seconda metà del secolo scorso.  Si accosta alla figura del santo, quella di Jacopo Marmitta, giudicato fra le voci migliori del suo tempo anche dal Carducci e dal Leopardi, il quale lo inserì nella sua Crestomazia della poesia italiana.
   Sul Marmitta ci sono giunte notizie biografiche non sempre precise; un punto fermo è comunque la circostanza della sua morte, avvenuta nel 1561 proprio tra le braccia di San Filippo Neri: «Nella romana metropoli - scrive lo storico Amadio Ronchini - ei conobbe quel gran Santo di Filippo Neri, a guida del quale ei si sciolse, per quanto gli fu dato, dalle cure terrene: lo fece suo direttor di spirito, ebbelo assistente nell’ultima infermità, e potè, per colmo di fortuna, rendere fra le sue braccia l’anima a Dio nel giorno 28 dicembre 1561» . 
Fonti antiche confermano che il nostro Jacopo «confitebatur saepius per hebdomadam peccata sua Philippo, atque communicabat in ecclesia S. Hieronymi».  L'approdo nel milieu del Neri è la conclusione, per il Marmitta, di una carriera ecclesiastico-letteraria di tutto rispetto: nato a Parma il 25 ottobre del 1504, fu al servizio, secondo il Ronchini, del cardinale Giovanni da Montepulciano (l'Affò riteneva, invece, fosse segretario del cardinale Marino Grimani), cameriere di Paolo III e faccendiere fidato della Curia Romana. Al seguito del Montepulciano fu nel 1538 a Venezia, dove già aveva dimorato, e dove intrecciò amicizie e relazioni, che poi mantenne per via epistolare, con letterati e artisti, quali il Bembo, l’Aretino, Bernardo Cappello, Ludovico Dolce. Dalla città lagunare si trasferì, sempre al seguito del cardinale, a Roma; qui venne a frequentare Alessandro Farnese, fratello di Ottavio, e gran mecenate; la carica di segretario del Montepulciano portò Jacopo in diverse località per missioni diplomatiche, tra cui una per comporre la vertenza di Castro; lungo e importante fu, poi, il viaggio in Portogallo, alla cui corte il Montepulciano era stato nominato nunzio pontificio. Così, dal 1544 al 1559 Jacopo dimorò in Lusitania, venendo a contatto con la cultura locale (la conoscenza della lirica gongorina affiora in alcune sue opere). Tornato a Roma, nel conclave del 1559 ebbe l’onore di essere tra coloro che concorsero all’elezione di Pio IV, che lo compensò creandolo cavaliere palatino e ornandolo di privilegi.  Ormai, tuttavia, Jacopo era stanco degli onori e degli oneri mondani: «il Marmitta gentil - scrisse Bernardo Tasso, padre del più celebre Torquato - a Dio rivolto / de le cure del mondo è tutto sciolto». Si rivolse così alle cure dell’anima, trovando rifugio e conforto nelle parole e nell’attività di San Filippo Neri.  Ne risentì la sua produzione poetica, che, da amorosa e pastorale, si trasformò in spirituale e religiosa: nell’edizione, uscita postuma nel 1564 per le cure del figlio adottivo Ludovico Spaggi Marmitta, le poesie sono appunto divise in due sezioni: la prima a contenuto mondano, la seconda con un’impronta fortemente devota . 
Per quanto riguarda l’aspetto stilistico, il poeta parmigiano, amico di monsignor Giovanni Della Casa, col quale intrattenne una fitta corrispondenza, si rivela attento elaboratore dei canoni bembeschi, da lui interpretati con sentita aderenza al dettato più intimo e genuino della lezione petrarchesca, e con un occhio di riguardo ai modelli classici, primo fra tutti Virgilio.Nascono così liriche in cui serpeggia quell'inquietudine spirituale, quel senso di caducità e pentimento che già avevano turbato il cantore di Laura: «Poi che 'l cieco desio preso ha per scorta un falso imaginar che lo conduce/ pur dietro al van piacer che seco adduce/ la morte mia esol doglia m'apporta// che fia di me, per sì fallace e torta/strada movendo il piè, dove non luce/ un raggio sol di quella eterna luce/ che l’alma a ben oprar move e conforta?».
Ma dove la vena lirica del Marmitta scorre più lieve e spontanea sono le scene campestri. Qualche reminiscenza si trova nel Leopardi, che lo aveva apprezzato, se, come già segnalato, lo ritenne degno di essere citato nella sua Crestomazia.  La pastorella, che s'orna il crine di rose e viole, è un’antesignana della fanciulla che compare nel Sabato del villaggio. La realtà urge, soprattutto attraverso la passione politica; numerosi sono i componimenti accesi di amore per la patria, intessuti di esortazioni a non soccombere ai dominatori esterni; il poeta esprime un dolore sincero nel vedere l’Italia percorsa da eserciti stranieri.
Nella seconda parte della produzione, invece, accantonate le passioni terrene, campeggia il senso trascendente della vita, il rifugio nella religione. Senza mediazioni letterarie l’autore si abbandona all’empito del suo cuore, ardente d’amore per Gesù.


 

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