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Archivio della mente

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Sergio Caroli

 Statistiche provano che il tempo che in media perdiamo ogni anno per rimediare alle nostre dimenticanze - nella ricerca delle chiavi di casa o del cellulare o di una certa carta ecc., - è di circa quaranta giorni. Conscio di questo dato, Joshua Foer, giovane giornalista scientifico americano, già collaboratore del New York Times e del National Geographic, decise un giorno di impegnarsi a fondo per migliorare le sue capacità mnemoniche. Si immerse nella lettura di Simonide, Plinio il Vecchio, Cicerone, Platone e dei dotti medioevali famosi per la loro memoria; consultò campioni in questo campo in Europa e negli Stati Uniti e dopo un anno di allenamenti era pronto - correva il 2006 - per cimentarsi e vincere, con sua grande sorpresa, il Campionato statunitense della memoria. Battè il record di allora: ricordare l’ordine del retro delle carte da gioco in un minuto e quaranta secondi. Vasta eco ha perciò suscitato nel pubblico e sulla stampa americana, a partire dal Washington Post, la pubblicazione di «Moonwalking with Einstein», saggio nel quale Foer spiega che gli uomini ignorano le possibilità della memoria, e che «in ognuno di noi si nasconde un piccolo Rain Man», ossia Kim Peek, l’erudito la cui stupefacente memoria fu celebrata da Dustin Hoffman nel noto film. Come affrontare la perdita di memoria è solo uno dei quesiti ai quali Foer cerca di rispondere nel suo libro, che appare ora in Italia con il titolo «L'arte di ricordare tutto» (Longanesi, pag. 34419,90). La narrazione delle esperienze dell’autore si fonde a un’originale e vivace storia della mnemotecnica dall’antichità classica a oggi e alla descrizione delle pratiche grazie alle quali è possibile tenere a mente ciò che ci interessa.
Dottor Foer, quale è la differenza fra memoria artificiale e memoria naturale?
Una delle cose che più mi hanno affascinato stato scoprire come gli antichi avessero compreso il modo di operare del cervello senza possedere il linguaggio della scienza cognitiva in grado di esprimerlo. Essi statuiscono, tra l’altro, la distinzione fra la memoria naturale e la memoria artificiale. La memoria naturale è la capacità mnemonica generale che ci appartiene fin dalla nascita. La memoria artificiale concerne le tecniche che si possono impiegare al fine di rendere più efficace la memoria naturale.
Lei scrive che la memoria è la capacità di ricreare velocemente immagini indelebili. Può spiegare questo concetto?
L'arte della memoria, ereditata dai Greci, si riferisce molteplici tecniche volte a rendere maggiormente memorizzabili le informazioni, impegnando la memoria visiva e spaziale. Una, importante, era il «palazzo della memoria», ossia creare un edificio immaginario nell’occhio della nostra mente e depositarvi le immagini delle cose che vogliamo ricordare.
Lei afferma che i poeti della tradizione orale, come Omero, si affidavano alla ripetizione e al ritmo per poter recitare a memoria le loro opere. Ritiene questo metodo ancora valido, specie per addestrare i bambini a incrementare la memoria?
L'informazione può essere ricordata quando ha il suo contesto, quando ha significato, quando è ricca di colore, quando è inserita in una narrazione. Ci sono tecniche che buoni docenti insegnano d’istinto. Ma esistono altre tecniche degne di molti riguardi. Per esempio, uno dei principi meglio dimostrati della memoria è l’importanza di ciò che è noto come «spaced learning» («apprendimento a intervalli»). Scienziati cognitivi hanno scoperto che il miglior modo per conservare a lungo termine le memorie consiste nel trasmetterle a sessioni intervallate nel tempo, nel frattempo intercalandovi altro materiale. Se volete che un’informazione duri nel tempo, la cosa migliore è apprenderla, allontanarsene per un certo periodo, tornarci sopra più tardi, abbandonarla nuovamente, e tornarci sopra una volta ancora. L’effetto di ciò che si è appreso in tal modo è sorprendente. Un recente studio ha scoperto che si può ottenere il mantenimento a lungo termine delle informazioni sia attraverso sessioni di apprendimento a intervalli di due mesi, sia attraverso due sessioni a intervalli di ogni due settimane. Questo principio dovrebbe essere applicato più diffusamente nelle classi.
Internet sta forse cambiando la nostra capacità di memorizzare?
Se abbiamo accesso alla conoscenza collettiva tramite il click del mouse, l’imperativo di conservare la cognizione delle nostre memorie interne si riduce. Ma questa è una vecchia storia. Ci siamo serviti di tecniche esterne per integrare le nostre memorie sin da quando il primo essere umano dipinse un’immagine sulla parete di una caverna. Questo processo volto a rendere concrete le nostre memorie ci ha cambiati. Ci ha cambiati in quanto individui e in quanto collettività. L’invenzione dell’alfabeto ha trasformato il modo di porci in relazione alle nostre memorie. L’invenzione dei libri a stampa e della fotografia ha nuovamente mutato questo rapporto. Internet è l’ultimissima di una serie di invenzioni che hanno cambiato il modo in cui facciamo uso delle nostre memorie.
I suoi studi e le sue esperienze hanno modificato le sue idee sulla facoltà della memoria?
Svolgendo la mia ricerca, ho incontrato molti personaggi, compreso l’uomo con la migliore memoria del mondo e l’uomo che può aver avuto la peggiore. Una cosa questi due individui mi hanno insegnato: che noi siamo le nostre memorie. Un uomo senza memoria è come un guscio vuoto. E tuttavia dimenticare è anche parte di ciò che ci rende umani. Pensare, ha detto Borges, è dimenticare.
L'arte di ricordare tutto - Longanesi, pag. 344, 19,90

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