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Arte-Cultura

I colori di Montmartre

I colori di Montmartre
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Stefania Provinciali
Sono i maestri della nouvelle peinture. Sono Edgar Degas, Henri de Toulouse-Lautrec e Federico Zandomeneghi, Zandò per gli amici francesi, riuniti attorno al mito di Montmartre, centro pulsante della vita artistica, e non solo, parigina di fine Ottocento e d’inizio Novecento.
Fino al 18 dicembre 2011 le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia ospitano la mostra «Degas, Lautrec, Zandò. Les folies de Montmartre», che raccoglie i lavori dei tre artisti che delinearono un’epoca: cento opere, tra dipinti e grafiche, provenienti da collezioni pubbliche e private italiane e straniere, con un apporto speciale di prestiti dalla città di Toulouse. Nel contesto dell’esposizione, carattere di eccezionalità assume il prestito di due opere, mai prima presentate in Italia, provenienti dalla National Gallery di Washington: «À la Bastille» di Lautrec e «The Loge» di Degas. Quelli «raccontati» erano gli anni in cui La Butte, la collina di Montmartre, attira gli esponenti di ogni classe sociale facendo convivere strilloni, prostitute, gestori di cabaret, attrici, pittori, aristocratici, clown e ballerine, borghesi e benpensanti e divenendo uno dei luoghi di culto della capitale francese. Fu Degas a guardare per primo alla vitalità del quartiere parigino e a rivoluzionare la pittura in seno al realismo, onorando il programma fissato da Baudelaire nel testo «Il pittore della vita moderna».
 Per primo, raccontò l’universo delle giovani e belle donne intente alla toeletta, le corse dei cavalli, il mondo equivoco dei cabaret e dei café-concert, quello del circo e delle case chiuse, e soprattutto quello del balletto. Un mondo non più a parte che apriva le porte ad una moda ed insieme ad un nuovo modo di percepire la vita dove «les guinguettes», i semplici bistrot con giardino, evolvono in sale da ballo in cui un’indiavolata Parigi vuole ballare solo l’incalzante «french cancan» su musiche di Offenbach, diventato la principale attrazione.In «La peintre de la vie moderne» pubblicato nel 1863, Baudelaire esprimeva, le proprie istanze sui concetti di bello, di arte e di modernità. In questo eccezionale testo critico la modernità è per Baudelaire la condizione alla resa artistica e deve essere perseguita dando dignità estetica a nuovi materiali, come la moda e il costume.
L’operazione è possibile attraverso la necessaria fusione dell’artista con la folla, unione che Baudelaire peraltro rifugge a titolo personale, ma che trova riscontro in una dimensione narrativa e nelle opere dei pittori, questi in particolare presentati nella mostra di Pavia dove Degas e Lautrec sono i più grandi esponenti dell’auspicato naturalismo artistico, che si impasta di impressionismo nel primo caso e anticipa nel secondo l’espressionismo.
Zandomeneghi, rappresenta la voce italiana, è l’anello della catena che sollecita le esperienze del secondo in rapporto a quelle del primo. E proprio dell’italiano, nei Musei civici di Pavia è conservato un consistente nucleo di opere. Celebrato attualmente in più mostre Henri de Toulouse-Lautrec, fu colui che identificò non solo la propria arte ma anche la propria vita nella cultura di Montmartre, quella che si respira osservando la «Tête de femme» della Fondation Bemberg di Toulouse e «Au café: le patron et la caissière chlorotique» del Kunsthaus di Zurigo I personaggi da lui ritratti sono divenuti icone, protagonisti e simboli del mito di Montmartre, che i manifesti creati dall’artista, hanno contribuito ad alimentare.
Quel microcosmo, quel mondo di depravazione e di malinconica poesia, popolato dalle ballerine della notte Yvette Guilbert, May Milton, May Belfort, La Goulue, Jane Avril, dal chansonnier Aristide Bruant e dal comico Caudieux, è rimasto grazie a lui nella memoria collettiva. La sua produzione di affiches portò l’arte in strada, sui giornali, nella «serialità» della grafica Curata da Lorenza Tonani che ne firma anche il catalogo, Silvana Editoriale, «les folies de Montmartre», dice la curatrice, «sono anche storie di incontri, passioni, scambi e drammi personali. I pittori della vita moderna sono in primo luogo uomini, e la mostra si propone di ritrarne, per parole e immagini, il loro affascinante ritratto intimo», in un mondo «nuovo» la cui memoria è rimasta mito.


 

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  • Angelo Citterio

    04 Dicembre @ 18.32

    Mi sembra incredibile che non esista un sito da parte di una istituzione di Pavia che enfatizzi la manifestazione. In questo modo, Pavia verrà sempre e solo identificata per la Certosa e niente più!!!!!

    Rispondi

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