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Specchio rotto dell'io

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La mia vita di uomo», romanzo di Philip Roth del 1974, già pubblicato da Bompiani nel 1975 e oggi riedito da Einaudi in una nuova traduzione, è uno strano caso di strana operazione editoriale. Difficile infatti capire il perché di una nuova edizione proprio di questo particolare romanzo, vista la messe di opere rothiane più e meno datate a disposizione. Difficile capire cosa mai possa differenziare «La mia vita di uomo» da altri libri precedenti e successivi. Anche perché se è vero (come è vero) che un autore finisce con lo scrivere sempre lo stesso romanzo, questo per Roth è vero più che per ogni altro mai. Ma a prescindere dalle riflessioni di ordine meramente editoriale, è giusto passare alla sostanza: «La mia vita di uomo» a nostro avviso continua ad essere (come già lo era trentacinque anni fa) un romanzo di alta potenza letteraria. Non sarà forse il capolavoro dello scrittore americano d’origini ebraiche, ma è indubbiamente un ottimo esempio dei temi portanti nonché dei caratteri stilistici della sua prosa. L'opera è costruita sui puntelli strutturali di una «mise en abîme» autobiografica, e ci spieghiamo meglio: la prima parte, «Utili finzioni», narra, in due diversi racconti, segmenti della vita di Nathan Zuckerman, scritti da Peter Tarnopol, il quale è anche l’autore delle memorie auotobiografiche contenute nella seconda parte del volume. Ma chi conosce Roth sa bene che Nathan Zuckerman è personaggio seriale dei romanzi dello scrittore, che ha anzi a lui dedicato ben nove romanzi. In questi, non sempre Zuckerman compare come protagonista; spesso vi figura solo nei panni del narratore di storie altrui. In ogni caso, questo personaggio è evidente alter ego dello stesso Roth che in lui rilegge sé stesso e la sua vita, rielabora il vissuto che si è disteso nella memoria, che si è dilatato in altri fatti. D’altra parte, anche Peter Tarnopol, narratore di Zuckerman e auto-narratore di se stesso, è un secondo alter ego di Roth, che si rivede nei suoi drammi e nei suoi traumi. Ecco dunque il gioco di specchi (neppure troppo deformanti) che costruiscono il romanzo: Roth che narra se stesso in Tarnopol che a sua volta narra se stesso in Zuckerman. Se pensiamo che il romanzo è stato scritto negli anni Settanta, anni di nuove avanguardie e forti sperimentalismi narrativi, una struttura di questo tipo risultava allora decisamente interessante e fondamentalmente in linea con l’orizzonte d’attesa di certa parte della critica e del pubblico. D’altronde, ancora oggi questo specchio infranto di un ego disseminato in tanti frammenti narrativi che simmetricamente si corrispondono è operazione intrigante. Inoltre lo stesso diretto ed esplicito legame con la psicanalisi conduce sui binari di un autobiografismo nemmeno tanto mascherato che tende a ritornare su temi e motivi abituali: i momenti liminali della vita (la giovinezza nel suo contrasto bipolare con la vecchiaia), la figura fondante di un padre oppressivo, le origini ebraiche, il personaggio del professore non immune al fascino delle sue giovani studentesse, la catastrofe coniugale (vera e propria ossessione, questa, della vita come pure della letteratura rothiana), il sesso, i traumi in età infantil-giovanile (il senso di uno stupro fisico o psicologico) e poi, per usare le parole di Tarnopol/Roth «sofferenza e fallimento, temi di così tanti romanzi che lo "toccavano"», strettamente legati a tendenze e scelte di vita masochistiche e autopunitive. Sul piano più strettamente strutturale, accenniamo almeno al frequente ricorrere degli elementi metanarrativi, ossia di quei passaggi testuali in cui la scrittura racconta sé stessa e il suo dispiegarsi in opera compiuta con i correlati riferimenti ai lettori dell’opera stessa. Scrive, ad esempio, Zuckerman/Tarnopol/Roth: «al lettore che non solo avesse "capito la solfa", ma iniziasse a titubare di fronte all’ossessiva tetraggine della situazione che ho presentato, al lettore che non riuscisse a sospendere la propria incredulità di fronte a un protagonista che si ostina a portare avanti una relazione con una donna per lui priva d’attrattive sessuali e tanto perseguitata dalla sventura, dovrei dire che, col senno di poi, anch’io trovo quasi impossibile credere a me stesso». Questo passaggio è eccellente esempio della scaltrita arte letteraria di Roth, un’arte evidentemente ben nutrita anche dalle riflessioni della critica letteraria (evidenti gli apporti dell’estetica della ricezione che ancora si andava sviluppando in quegli anni). Insomma quest’opera di Roth è paradigmaticamente rothiana, se ci è concesso il gioco di parole. E lo è non solo nella catena dei succitati «luoghi narrativi», ma anche nello stile. E questo non è pregio di poco conto. In effetti, la prosa di Roth è letterariamente impeccabile (valida, al proposito, la nuova traduzione di Norman Gobetti). Levigata, lepida, tornita, la tecnica stilistica di Roth è forte di una metaforicità sempre efficace e potente, che mai scade nella banalità del luogo comune o della «iunctura» abusata o troppo nota. Da rileggere.

La mia vita di uomo
Einaudi, pag. 374, euro 17,00
 

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