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L'uomo che rinnovò il mondo

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 Rita Guidi

Diverso, diviso, dirompente, divo. Steve Jobs incarna il più contemporaneo esempio di genio e follia, e anche così si appropria dell’eterno algoritmo del mito. Umanesimo e scienza come radici di una sola mela, e un mondo come una sfida per vincere il verme della mediocrità. 
Ne parliamo al presente, perché è difficile non farlo, sfiorando con un touch tutto ciò che ci circonda (numeri e libri, voci, musica, «nuvole», fogli di lavoro). Ma ne parliamo al presente anche per quell’incontro senza sconti, quella biografia così schiettamente disarmante e inesorabilmente affascinante, che, su invito dello stesso ideatore della Apple, ha realizzato Walter Isaacson: «Steve Jobs» (Mondadori, 608 pagg., 20 euro). 
Storia di un ragazzo sporco a piedi nudi, di un visionario scomodo, di un eterno «suchende» (che prova le strade datate e perdute dell’India e dell’LSD), di un egocentrico sleale, di un uomo diverso, diviso: il dito puntato su un universo senza grigi, guidato da un sistema binario blindato dove persone (o cose) si dividono in divinità o imbecilli. Storia controllata (per una volta) a equilibrata distanza («Il libro è suo. Non lo leggerò nemmeno»), voluta da un Jobs alle prese col destino e accettata da Isaacson – dopo un’iniziale riluttanza – non solo per quell’urgenza, ma per l’indagine aperta su un orizzonte già apprezzato che gli era di nuovo possibile: «La creatività che nasce quando la duplice passione per il mondo umanistico e il mondo scientifico si combina in una forte personalità – insiste infatti Isaacson in introduzione - era l’argomento che più mi aveva interessato nelle mie biografie di Franklin e Einstein, e credo sarà un fattore chiave per generare economie innovative nel XXI secolo». Oltre cento interviste a familiari, colleghi, amici, «rivali», persone che, nel bene e nel male, aveva (avuto) intorno, quaranta incontri e un «discorso» finale dello stesso Jobs, bello quanto quello proferito a Stanford nel 2004, il ritratto che Isaacson (ri)compone ha proprio in quell’idea di creatività l’irrinuciabile costante, la dannazione e la catarsi. Figlio adottivo e hippy, insofferente alle regole e ai lavaggi frequenti, Jobs attraversa scalzo i suoi primi vent’anni, seguendo il sentiero tracciato da una mezza manciata di sicurezze. Sa esattamente cosa non gli piace, così come ama quell’imprinting che ha respirato dalle mani del padre e dalla casa d’infanzia: la semplicità – per lui, come per Leonardo, al quale è attribuito questo aforisma - è la massima raffinatezza. Se ne convince abitando il Bauhaus della case Eichler, nel quartiere americano dove corre la sua infanzia. 
Lo capisce osservando l’abilità esatta del padre nel costruire mobili o restaurare auto, che lo invita a curare la perfezione anche dei lati nascosti di un oggetto, ciò che non si vede. Semplicità e perfezione che uniscono filosofia ed estetica Zen, che pure conosce, sceglie, ama.  Eppure? Nulla di equilibrato in lui. Spirito duale, pronto a scatti d’ira, gesti impulsivi, decisioni disarmanti, uscite geniali. «Senza la Apple? Sarei un poeta a Parigi», diceva di sé. Invece la Apple c’era e c’è per dare concretezza a quel mondo semplice e perfetto che «vedeva». Per dimostrare che quella «distorsione della realtà» con la quale piegava gli altri ai suoi desiderià «Era una distorsione che riguardava la nostra personale capacità di realizzare le cose – ricorda qui l’amico «di garage» Wozniak – Facevamo l’impossibile perché non ci rendevamo conto che era impossibile». 
Think different. E’ il suo pensiero divergente, il sentiero impervio, tracciato su quel paio di certezze, che Jobs indica agli altri. Infischiandosene delle regole, della logica, persino del denaroà «Quando alle redini di un’azienda finiscono i venditori, le persone che si occupano del prodotto cessano di avere peso». Anche in questo è diverso. Come nell’aver immaginato un computer che potesse essere tenuto in grembo, destinato a chi non è (necessariamente) interessato all’informatica. Un oggetto esteticamente raffinato, facile da utilizzare, pronto per l’uso. Più una poltrona di Walter Gropius, che una sedia IKEA (da costruirsi) tanto per capirci. E dunque croce e delizia di informatici e hacker, smanettoni più o meno abili e complicati. Un’offerta end to end per dare il proprio contributo al mondo. Tra scienza e arte, in un equilibro diverso. Per dire ecco, c’è anche questa possibilità. A patto di essere tanto affamati e tanto folli da realizzarla. 
Steve Jobs - Mondadori, pag. 608, 20,00

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