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Petite capitale di ieri e di oggi

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 Una mostra da non perdere quella che si inaugura sabato alle 17 nelle sale di Palazzo Bossi Bocchi, sede della Fondazione Cariparma, perché mette a confronto la Parma del nostro immaginario storico, la Parma del cuore e della nostalgia con quella odierna, trasformata nell’urbanistica e nell’aspetto dagli sfruttamenti intensivi dello spazio. Come era la città nella metà dell’Ottocento? Come si presentano oggi i medesimi luoghi documentati dalle sapienti immagini fotografiche di Carlo Gardini? La risposta si  trova nei centocinquanta pezzi esposti: dipinti, disegni, incisioni, fotografie d’epoca e contemporanee. «Un suggestivo confronto tra dipinti, iconografia storica e originali scatti fotografici» recita la scritta esplicativa del titolo «Parma: immagini della città dal Ducato all’Unità d’Italia», scelto dai curatori Gianfranco Fiaccadori, Alessandro Malinverni e Carlo Mambriani, che hanno dato vita ad una affascinante visita in parallelo della città di ieri e di oggi coi suoi borghi, la piazza grande, il mercato, le mura, gli edifici di Corte, le chiese: felice conclusione delle manifestazioni promosse dalla Fondazione per i 150 anni dell’unificazione nazionale. Molti artisti – forse consci che col passaggio da piccola capitale a capoluogo di provincia e con la avanzante rivoluzione industriale stava per finire un’epoca – hanno voluto immortalare vari aspetti cittadini in gara con la nascente fotografia alla quale si dedicavano con successo alcuni pittori quali Filippo Beghi e Giacomo Isola. E’ nato così, nel corso del secolo, un «vedutismo parmigiano» scaturito dagli insegnamenti impartiti all’Accademia da Giuseppe Boccaccio, maestro di paesaggio, che ha dato alle vedute un calore cromatico e umano, che diventerà caratteristica costante di molti artisti locali: Giulio e Guido Carmignani, Luigi e Salvatore Marchesi, Giuseppe Alinovi, Erminio Fanti, Enrico Sartori, Claudio Alessandrini, Adelchi Venturini, Giacomo e Giuseppe Giacopelli, Attilio Bianchi. Un vedutismo del sentimento, che guarda anche la quotidianità più povera, con vecchie case, mura scrostate, umili personaggi. Queste vedute (di cui diverse inedite) sono già per se stesse un motivo di straordinario interesse della rassegna che trova ulteriori stimoli  intriganti nel confronto fra pittura e fotografia d’epoca e fra le situazioni ottocentesche e quelle del terzo millennio. Ogni stanza quindi offre più di uno spunto di curiosità e di riflessione. Si entra in città dal viale della Villetta (Guido Carmignani) fiancheggiato da alti pioppi che allungano la mesta ombra autunnale sulle famiglie che hanno fatto visita ai defunti. Dall’arco di San Lazzaro (Enrico Wan Merager) giungono carrozze e cavalieri in nugoli di polvere mentre un rosseggiante tramonto infuoca torri e cupole;  fuori le mura, in parte già distrutte, campeggia pure la Cittadella. Dalla specola dell’Università e da un’altana di via San Nicolò Filippo Beghi e Pietro Dall’Olio fissano per la prima volta dall’alto l’immagine reale della città fotografandola ognuno nei quattro punti cardinali: un panorama ben diverso dall’attuale in quanto Parma si è alzata coi condomini, con gli alberi d’alto fusto, con le altane trasformate in camere che ostruiscono l’orizzonte. Percorrendo le strade, ad esempio, incontriamo via Padre Onorio «senza» (Attilio Bianchi) e «con» condomini (foto di Gardini), vicolo della Salnitrara con le mura (Arturo Bertolotti) e in borgo Tommasini la maestà che si trovava all’angolo di palazzo Zileri Dal Verme (Baldovino Bertè), oggi piazzale Borri. Suggestive le scene del canale Naviglio che scorre tra le case e nel quale le donne lavano i panni. Piazza Grande (Garibaldi) è racchiusa in una saletta: ogni parete un lato; si notano le trasformazioni e il variopinto e vivace mercato con la suddivisione segnata sulla pavimentazione degli spazi e le contadine sedute per terra davanti ai cesti. Giacomo Giacopelli ha lasciato un limpido ricordo del Palazzo Ducale dopo l’intervento del Bettoli e di un atrio della Pilotta da scenografia verdiana mentre Contini ha documentato impietosamente lo sfascio del polveroso Teatro Farnese, oggi tornato a vivere nella sua prestigiosa eleganza (foto Gardini). La solare aranciera del Giardino Ducale (capolavoro di Guido Carmignani) è solo un ricordo. L’unica parte esterna della città che non è cambiata è quella fra il Duomo, il Seminario Maggiore e San Giovanni percorsa da una reverente «processione col Viatico» di Giuseppe Giacopelli, figlio di Giacomo che ha fissato sulla tela l’eccezionale momento storico della benedizione in Cattedrale nel 1848 della bandiera della Guardia Nazionale. Enrico Sartori ha invece descritto la presa di possesso del vescovo Miotti (1883). Anche per l’interno del Duomo dipinti e foto combaciano. Numerose le opere che riproducono l’esterno e l’interno di chiese: Luigi Marchesi ha interpretato mirabilmente la magica atmosfera di un realismo senza tempo della storica sagrestia di San Giovanni vegliata dai mobili monumentali. Corona la rassegna una sorprendente scoperta attributiva fatta da Alessandro Malinverni: il piacevole dipinto con la chiesa del Quartiere, che si staglia solida in un cielo azzurrino mentre sul sagrato due donne si azzuffano, è stato realizzato da Giulio Carmignani, ventottenne, e costituisce la sua prima opera nota, documentata in un’esposizione del 1841. 

 

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