Arte-Cultura

Africa tricolore, un'illusione bagnata di sangue

Africa tricolore, un'illusione bagnata di sangue
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di Maria Pia Forte

 

Nell’agosto del 1935 Pio XI condannò l’imminente invasione italiana dell’Etiopia: «guerra ingiusta», la definì senza mezzi termini. Ma ovviamente la voce del Papa rimase una «vox clamantis in deserto». Di episodi del nostro colonialismo poco noti come questo è denso il volume «Africa d’Italia - Una storia coloniale e postcoloniale» di Gian Paolo Calchi Novati (Carocci, 442 pagine, 26,40 euro): uno sguardo approfondito, col contributo di diversi specialisti, su un complesso periodo della storia nazionale sempre trascurato, come dimostra il fatto che in questo 150° anniversario dell’Unità libici, etiopici, eritrei e somali, che pure hanno condiviso con noi più di un terzo di vita unitaria, sono stati totalmente ignorati. Un libro che restituisce dignità all’Africa come protagonista di una storia e di una cultura inalienabili e ci conduce dalle prime aspirazioni extraterritoriali dell’Italia unita («Il sogno dell’unificazione era stato anche il sogno della rinascita dell’impero») alla tragedia di Adua all’approdo sulla «quarta sponda del Mediterraneo» (Libia) al naufragio delle illusioni di grandezza con la seconda guerra mondiale, fino agli esodi delle comunità italiane da Eritrea e Somalia e all’espulsione degli ultimi 20.000 coloni dalla Libia nel 1970, esaminando in tutte le sue pieghe il nostro abborracciato impero dal Nord Africa al Mar Rosso. Una lettura utilissima in questo momento per risalire alle origini di quanto è avvenuto in Libia,  l’unico nostro ex-possedimento che abbia preteso risarcimenti morali e materiali. Tra l'altro ricorre l'ottantesimo anniversario dell’impiccagione ad opera degli italiani,  del vecchio Omar al-Mukhtar. Di questo personaggio su cui molti anni fa fu girato un film con Anthony Quinn sempre boicottato in Italia parlo col professor Calchi Novati, che insegna Storia dell’Africa all’Università di Pavia e alla Sapienza di Roma.   «Omar - mi dice - era il comandante militare della resistenza contro l’occupazione italiana ed è un eroe nazionale per tutti i libici: soprattutto dopo il colpo di Stato dell’esercito che nel '69 rovesciò re Idris, è rimasto il simbolo della lotta contro gli italiani. Sia in Libia che nell’Etiopia degli anni Trenta l’Italia non si fermò davanti a nulla pur di completare la conquista e la cosiddetta ''pacificazione''. In Libia si sfiorò il genocidio. Anche il nostro tanto esaltato ''colonialismo di lavoro'', con cui supplivamo alla mancanza di capitali da investire, significò impoverimento degli indigeni».  

Cosa rappresentò per l’Italia la conquista della Libia all’inizio del Novecento, rispetto alle regioni del Corno?   
Alla fine dell’Ottocento l’Italia dovette accantonare i sogni di conquista nel Mediterraneo e rivolse le sue attenzioni alle terre lontane e inospitali del Mar Rosso. Ma non appena poté, esaudì quei sogni occupando la sola regione sfuggita all’espansione di Francia e Inghilterra. L’impero fu fondato nel 1936 nel Corno, ma come disse Italo Balbo, governatore della Libia, il vero impero era in Libia. In effetti la colonizzazione «demografica» fu realizzata solo in Cirenaica e Tripolitania; e l’Italia post-coloniale non ha mai dimostrato grande passione per il Corno, impegnandosi molto di più in Libia.

Quali tracce ha lasciato l’occupazione italiana in Africa?    
Le nostre ex-colonie non hanno trovato nell’Italia quella sponda che ha permesso ai possedimenti di altre potenze coloniali una transizione «vigilata». Tutti i Paesi colonizzati conservano tuttavia le tracce di questo passato nella geografia, nelle infrastrutture, nella psicologia delle élites. Probabilmente il quadro istituzionale trasmesso dall’Italia alle sue colonie fu più posticcio anche per le continue oscillazioni fra assimilazione o amministrazione indiretta. Ciò che è rimasto della nostra presenza in Africa è la mappa geopolitica di origine coloniale, che si è ricomposta tale e quale nel Corno cinquant'anni dopo.

Per la Gran Bretagna gli africani erano sudditi dell’Impero anche se di terza categoria, per la Francia cittadini francesi d’Oltremare; e per l’Italia?   
L'Italia tenne a distanza i suo «indigeni». Non ci fu nessuna immissione significativa di sudditi nella Penisola, e non impiegammo mai le truppe coloniali sui teatri di guerra europei. Forse un giorno rimpiangeremo di non avere qui da noi cittadini delle nostre ex-colonie, che facciano da intermediari tra Africa ed Europa.

Stiamo assistendo alla gara per l’accaparramento di contratti commerciali nella «nuova» Libia. Siamo in pieno neocolonialismo?   
Il colonialismo fu un’epopea in cui l’Europa investì tutta se stessa, dall’esercito all’economia all’accademia e alla Chiesa, in un’opera comunque grandiosa, in Paesi poco conosciuti e spesso impervi. Neocolonialismo è un’espressione efficace ma vaga. Può esprimesi in molte forme. Sono le grandi potenze più che quelle piccole o medie come l’Italia ad avere i mezzi per esercitare un’influenza nelle ex-colonie: il neocolonialismo presuppone una politica su scala mondiale che garantisca ai Paesi protetti sicurezza, fondi d’investimento, crediti, mercati, borse di studio eccetera. La guerra in Libia ha forse chiuso un ciclo nel Terzo Mondo: il Sud globale si era illuso di poter competere alla pari con l’Occidente (si pensi alla penetrazione della Cina in Africa), ma questa guerra ha dimostrato che solo l’Occidente detiene gli strumenti politici e militari e, paradossalmente, il credito internazionale per condurre impunemente operazioni militari in Paesi terzi col pretesto dei diritti umani o della protezione dei civili. 

Africa d'Italia - Carocci, pag. 442, 26,40

 

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