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Un testimone, un protagonista

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di Giuseppe Marchetti

George Bernanos citato da Sergio Zavoli nel suo parimenti trepido e intrepido libro di ricordi «Il ragazzo che io fui» (Mondadori editore), disse: «Ho visto tanti morti nella mia vita, ma più morto di tutti è il ragazzo che io fui». Il titolo scelto da Zavoli s'attaglia perfettamente alla misura umana e letteraria di quest'opera che viene ad aggiungersi ora alla ricca bibliografia del nostro scrittore romagnolo.  

E dico «nostro» con tutta la forza che l'aggettivo possiede perché ancora una volta Zavoli si rivela emiliano e romagnolo insieme, della tempra dei Marino Moretti, dei Manara Valgimigli, dei Giuseppe Raimondi, dei Riccardo Bacchelli, degli Antonio Delfini, dei Cavani e dei D'Arzo, con una semplicità e una limpidità di emozioni e di scrittura che non son facili da rinvenire oggi nel panorama della nostra narrativa. Una narrativa, poi, la sua, di testimonianza, un'autobiografia narrata al nipotino Andrea in questa lunga lettera testamento che attraversa quasi tutto il secolo scorso, Zavoli è del '23 ma non sembra proprio, come una scia di luci e di ombre abilmente calcolate sia sul tempo che inesorabilmente passa, sia sulle emozioni e i ricordi che lascia per via.

«Il ragazzo che i fui» è un po' «E la nave va» di Fellini gran maestro di ridenti rimpianti e di malinconici divertimenti tutti rappresi sul limitare dei suoi e  dei nostri anni, tanto che l'arte sottile e magica della memoria s'impregna di storia, di volti, di viaggi, di paesaggi, di voci, di libri, di uomini e donne, d'incanti e di patimenti disseminati in questa simbolica offerta a un bambino che capirà, che capirà chissà quando, ma che capirà non v'è dubbio. E proprio per la fiducia nell'intelligenza delle cose e del loro possente «amarcord» mai archiviato che Zavoli ci offre ancora, dopo gli indimenticabili volumi di poesie «Un cauto guardare» ('95) e «In parole strette» (2000), la sorpresa di una liricità convintamente compensata in quei versi: «Tornato nel tuo seme forse ti sarà chiara la sola storia che potevi avere». Bertolucci insegna, e alla lezione di questa radice tutta la narrazione di Zavoli s'affianca recuperando in tal modo la carica appassionata del giornalista radiofonico e televisivo e l'eccezionale capacità di far parlare (e vedere) personaggi e idee, rimpianti e ragioni, idoli infranti o trionfanti. E' dal tempo di «Romanza» (Mondadori, '87) che non leggevamo un libro come questo. Allora, ci colpì e ci persuase la «dolce eresia» della gioventù, l'incanto di cui spesso ci parla Tonino Guerra; adesso invece, come diceva Egisto Corradi qui ricordato per i coraggiosi bambini di Saigon, la memoria s'infittisce e «l'infanzia negata» si traduce in una consapevolezza nuova, saggia e paziente.

Paziente, è ovvio, verso la storia, la cronaca  e la memoria. Tutti e tre questi veicoli umani e letterari permettono al «Ragazzo che io fui» di porsi davanti al lettore di oggi come uno squarcio narrativo che riprende ad uno ad uno i termini centrali della vicenda umana dello scrittore Zavoli gran raccontatore del Novecento - si pensi a «Nascita di una dittatura», «La notte della Repubblica», «Viaggio nel Sud» - ma anche storico eccellente dei fatti vissuti che nei suoi documentari televisivi (o radiofonici di prima, quelli dedicati al ciclismo in particolare) ci raggiungono come romanzi del presente e interminabile corteo di immagini e suggestioni. Con i loro nomi veri, da quelli lontani dell'adolescenza e dalla gioventù (Desideria Di Senno, ad esempio) ai più noti, famosi e popolari della maturità (Pietro Nenni, Vito Taccone, Fausto Coppi, Federico Fellini, ad esempio) e ai più recenti (il nipotino Andrea) che riassumono timori e speranze nell'estrema possibilità di quel lucido delirio che ogni tanto afferra gli uomini e li travolge (le Brigate rosse, ad esempio). E qui il ragazzo che fu si volta indietro: non sono tutte macerie quei gesti e quelle parole del suo passato, sono invece poesie, racconti, documenti scritti e parlati che la vita assomma in sé, anzi su di sè, per la ricerca della verità, anche la più minuta e la più incerta che «lo scriventista» fugherà dentro e attorno sino alla fine. Perché, scrive Zavoli: «Dopo tanti anni, Andrea, devo confessarlo ancora non so se il problema di Dio è già stare con lui, o aggirarsi dalle sue parti; non so, per dir così, se vivo un bisogno dello spirito o mi rifugio in una seduta psicoanalitica. Stento per esempio a passare, e quindi a credere, che queste parole possano giungere a chi ha un dominio su tutto, anche su di me, nel sospetto che il mio destino sia di rimanere qui,  nel mio prendere parte al mondo in una solitudine che soltanto la solidarietà con i miei simili riesce a mitigare». 

Da bambino, Sergio sognava a colori, ma il suo libro ora ha i colori che si confondono e si sovrappongono. Ci tornano in mente «I vitelloni» felliniani: partire o non partire? E, se si resta, perché restare? 

Il ragazzo che io fui  - Mondadori ed., pag. 261, Euro 18,50

 

 

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