Arte-Cultura

Dive ed eroi di celluloide

Dive ed eroi di celluloide
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 di Lisa Oppici

In copertina Greta Garbo guarda come solo lei sa fare. Schiena scoperta, viso girato sulla spalla, occhi nell’obiettivo. E con quel volto divino, con quel «viso di neve e solitudine» che è stato e resterà sempre solo suo, ci guarda. Guarda noi. Infondendoci una sensazione insieme di purezza e sensualità, e - naturalmente, immancabile - malinconia. Non è un caso che per la copertina dell’ultimo libro di Roberto Campari, «Un Olimpo di luce», pubblicato da Marsilio, sia stata scelta proprio la Garbo, la divina per eccellenza. Perché in un volume che riflette sulla «bellezza del corpo nel cinema» (così il sottotitolo) non si poteva non «partire» da un’immagine dell’attrice che forse più di altre, forse per prima, ha rappresentato l’esempio più palese dell’inestricabilità del legame tra bellezza, corpo e divismo: mattone essenziale, questo legame, per la costruzione di quell'«Olimpo di luce e colori» che è stato buona parte del cinema del Novecento, soprattutto americano. Non è la sola, la Garbo. Con lei nel saggio di Campari (docente di Storia e critica del cinema all’Università di Parma) ci sono tanti altri volti, tante altre star: altri «divi», termine scelto tutt'altro che a caso. Già, perché sono proprio i divi a popolare l’Olimpo, sono quei volti e quei corpi che sostanziano di sé una dimensione assai vicina al mito, e al mito greco in particolare; lo sostengono con forza Béla Balázs e Edgar Morin, che l’autore riprende in una prima parte dedicata appunto alla bellezza trattata dai teorici del cinema e al ruolo che essa ha nello «status» divistico. Parte proprio da qui, Campari: dalle riflessioni di Balázs sulla «evoluzione in forma essenzialmente visiva della cultura novecentesca» (una civiltà dell’immagine in cui la figura umana assurge a nuova visibilità) e dai parallelismi di Morin fra Olimpo di celluloide e miti antichi, con la star del cinema che partecipa nello stesso tempo alla natura umana e a quella divina ed è «fatta di una stoffa mista tra vita e sogno». Parte da qui e poi allarga l’orizzonte: passa alla bellezza come tema narrativo centrale, come vero e proprio volano, attraversa un autore così attratto dai risvolti e dagli effetti della bellezza da farne elemento essenziale nella propria tessitura filmica (Visconti), ma si sofferma anche su altri maestri, a cominciare dal Fellini della «Dolce vita». Poi arriva alla galleria dei divi, tracciata tenendo la bellezza come lente, come chiave di lettura, e puntando l’attenzione su aspetti fondamentali nell’ottica del divismo, primo fra tutti l’entrata in scena. In questa galleria li troviamo tutti, i divi: da Rodolfo Valentino («il primo personaggio divistico maschile la cui immagine viene organizzata, nel cinema, come se si trattasse di un personaggio femminile, dunque puntando in primo luogo sulla bellezza fisica, potenziata dalle invenzioni di costume e fotografia») appunto alla Garbo, dalla Dietrich a Cary Grant, a Rita Hayworth, a Marlon Brando, a Marilyn Monroe, a Audrey Hepburn (Avedon: «ha inventato l’eleganza»; Wilder: «aveva quel qualcosa di speciale [...] sullo schermo sapeva creare qualcosa di nuovo, qualcosa che ha a che vedere con lo charme e l’eleganza»), al bellissimo e tormentato James Dean (per Morin «Dio, eroe, modello per milioni di adolescenti in tutto il mondo») e a molti altri, dei ed eroi di un mondo antico che si è piano piano spento (la carrellata del volume arriva fino agli anni Ottanta) e che oggi, nonostante i red capet sfavillanti che ci assalgono attraverso la Tv (e nonostante la Tv e i nuovi media) non c'è più. Perché sono cambiati i tempi, perché è cambiata la società, perché è cambiata la cultura e i mezzi stessi che la veicolano sono diversi (le star belle e bellissime ci sono state anche dopo gli anni Ottanta, ma «il punto è che nessuno di questi personaggi ha potuto raggiungere il carisma dell’epoca classica, proprio perché non lo hanno consentito i tempi e la cultura»). Di quel mondo antico Campari sa rendere tutto il fascino e l’atmosfera, in un saggio prezioso e piacevolmente «prendibile», accessibile, molto chiaro, nel quale lo spettatore, anche il non «addetto ai lavori», è preso per mano e accompagnato in un viaggio fantastico. Tutto da assaporare. 

 Un Olimpo di luceMarsilio, pag. 175,  12,00 

 

 

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