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Mostre: Roma riscopre Picasso

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Torna a Roma il genio di Pablo Picasso a 55 anni dalla storica mostra dedicatagli dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, che fu curata dall’artista in persona. Dall’11 ottobre oltre 180 opere, tra oli, lavori su carta, sculture, provenienti dai maggiori musei internazionali, saranno esposte al Vittoriano per raccontare il periodo tra le due guerre, considerato il più creativo, eterogeneo e cruciale per l'arte di Picasso.
Ideata da Yve-Lain Bois, storico dell’arte all’università di Princeton, la mostra si intitola Picasso 1917-1937. L’Arlecchino dell’arte, a sottolineare le finalità di una rassegna che di certo colma una lacuna nel panorama espositivo della capitale. Tra i più prolifici della storia dell’arte, il pittore spagnolo è per questo motivo tra i più difficili da rappresentare. Il curatore ha quindi individuato un arco temporale capace di costituire una sintesi di ricerca e di stili. E il periodo tra il 1917 e il 1937 ingloba, secondo Bois, tutti gli altri, precedenti e futuri, in quanto sottolinea la straordinaria diversità di Picasso rispetto agli artisti suoi contemporanei. Nell’immediato dopoguerra, spiega il curatore nel catalogo pubblicato da Skira, «Picasso smette di sostituire una data maniera con un’altra e non scarta più nulla, inventando stili sempre nuovi senza mai eliminare quelli precedenti». Anzi, nel corso degli anni, l’artista «si costruisce un incredibile arsenale di forme e approcci al quale attinge liberamente ogni volta che ne ha voglia e che lo ritiene opportuno».
In questo contesto, la figura di Arlecchino, «maschera leggendaria», assume il valore di metafora dell’«estrema libertà dell’artista nei confronti del proprio corpus di opere e dell’intenso desiderio di mantenere vivo qualsiasi prodotto creato dalle sue mani». E ciò senza mai «sentire il peso del concetto di 'evoluzionè cronologica». In questo, sostiene lo studioso, sta la vera rivoluzione di Picasso, che riesce a rappresentare la figura di Arlecchino con stilemi diversi. Come si vedrà eccezionalmente in mostra, con un classico Arlecchino (Ritratto di Leonice Massine) del 1917, proveniente dal Museu Picasso di Barcellona, o con lo splendido Arlecchino suonatore cubista del '24 (dalla National Gallery of Art di Washington), per arrivare all’Arlecchino astrattista del '27 (dal Metropolitan Museum di New York) e alla Testa di Arlecchino surrelista, sempre dello stesso anno (prestito di una collezione privata).
A celebrare Picasso al Vittoriano anche un celebre dipinto che torna a Roma per la prima volta dal 1917. Si tratta de L'Italienne, opera custodita alla Fondazione Collezione Burhle, dipinta dall’artista durante il suo primo soggiorno nella città eterna, l’allegra scomposizione cubista di una fanciulla italiana con il profilo del cupolone sullo sfondo. È il momento in cui Picasso decide di recuperare la tradizione classica, con la consapevolezza che niente va più scartato. Ma, nel 1925, stanco di alternare solo due stili, il neoclassicismo e il cubismo, si accosta al surrealismo con risultati eccezionali e torna a riflettere sull'astrattismo, come dimostra il capolavoro Due donne davanti alla finestra (da Houston).
 

 

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