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Ori, dai Visconti agli Sforza

Ori, dai Visconti agli Sforza
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Pier Paolo Mendogni

Ori stilizzati in sottili architetture, smalti rilucenti di intensi cobalti e di lattiginosi candori, preghiere salmodiate tra esili santi su sfondi incantati: la straordinaria produzione orafa e miniaturistica milanese del Quattrocento, il più prestigioso laboratorio di oreficeria di tutta Europa, sfila sotto i nostri occhi con le sue smaglianti seduzioni nella mostra allestita nel Museo Diocesano di Milano (fino al 29 gennaio) dal titolo chiaramente esplicativo «Oro dai Visconti agli Sforza. Smalti e oreficeria nel Ducato di Milano»: l’ha curata Paola Venturelli - insieme al catalogo della Silvana Editoriale – che è riuscita a  raccogliere sessanta capolavori tra smalti, oggetti d’oreficeria sacra e profana, codici miniati, giunti da prestigiosi musei europei e statunitensi.
L’inizio della collezione viscontea si deve a Galeazzo II che, dopo aver fatto costruire nel 1360 il castello di Pavia, l’ha trasformato in un prezioso scrigno, collezionando rari codici illustrati da Giovannino de’ Grassi e Michelino da Besozzo: di quest’ultimo è rimasta una pergamena in cui è dipinta una cortese dama seduta in un prato, indossante un’ampia elegante sopravveste con maniche aperte sulla quale spiccano una preziosa collana e un fermaglio a forma di fiore; con la mano sinistra regge un falcone e con la destra accarezza un cagnolino; in testa sfoggia un tondo copricapo all’ultima moda, il balzo piumato.
Lo stesso balzo è portato dalla dama che troneggia tra smalti, oro e perle nel fermaglio di un orafo lombardo dei primi del '400: una miniscultura realizzata con lo smalto steso sopra l’oro lavorato a rilievo.
Un altro fermaglio dello stesso periodo è modulato con estrema raffinatezza nel rapporto tra il bianco dei frutti di perle e lo smaltato verde delle foglie sostenute da un ricurvo ramo d’oro al cui centro è raffigurato un dromedario. Il rame dorato e sbalzato con gotiche foglioline fa da cornice a una «Pace» in smalto e vetro col Cristo crocifisso tra la Madonna, San Giovanni e la Maddalena miniati da Tomasino da Vimercate.
Gli stessi personaggi animano la Crocifissione su fondo oro di Anovelo da Imbonate dell’inizio del '400.
A fianco dei pittori vi sono scultori che creano opere in rame sbalzato, cesellato e dorato: il barbuto Dio Padre dagli spessi lineamenti di Beltramino de’ Zuttis, il dolente Cristo in pietà in argento fuso della toccante «Pace di Filippo Maria Visconti», l’ultimo della dinastia. Con la sua morte si apriva un periodo tumultuoso culminato col saccheggio del castello visconteo e la dispersione dell’inestimabile patrimonio.
La presa del potere da parte degli Sforza coincideva con un altro momento particolarmente felice della cultura milanese dovuto anche all’innovazione del realismo foppesco e all’arrivo di Leonardo.
Ludovico il Moro provvederà a ricostruire il tesoro dinastico, la cui bellezza stupirà anche quella raffinata collezionista che era Isabella d’Este, signora di Mantova. Abilissimi maestri argentieri creano reliquiari e tabernacoli di un’armonica leggerezza con figurine e pennacchi, ornati da smalti translucidi su fondo blu.
La tecnica a smalto è una delle caratteristiche più significative dell’oreficeria milanese che sul finire del ‘400 sperimenta lo smalto a pittura ottenendo effetti simili alla miniatura.
Un autentico capolavoro in questo settore giunge da Madrid: un medaglione circolare in argento dorato, smalto e madreperla apribile dai due lati così da presentare quattro drammatiche scene della Passione con interessanti elementi iconografici: tre in smalto e la Crocifissione in madreperla.
In smalto translucido sono realizzate le immagini di molte «Paci» con cornici in argento dorato. In quella del Museo Correr, purtroppo malconcia, si nota il richiamo alla leonardesca Vergine delle rocce; spuntoni di rocce leonardesche affiorano nel Cristo alla colonna che richiama i modi del Bergognone; un altro orafo usa la madreperla per la scena del Compianto e altri realizzano l’Imago pietatis in niellatura su lamina d’argento. Si differenzia da questi una bottega che ha «scolpito» in argento sbalzato una pace con il Compianto di Cristo che ci conduce alla rigogliosa, esuberante Croce astile dell’inizio del '500 e a quello strepitoso capolavoro che è il Tabernacolo Pallavicino (1495) in argento, alto più di un metro, ornato con una moltitudine di santi e di putti, con festoni ravvivati da rossi coralli e con alla base complesse scene smaltate.
Scene sacre che  abbelliscono con colori vivaci le pagine dei codici miniati come il matrimonio di Maria e Giuseppe nel Libro d’ore Borromeo e la benedizione dell’Arcivescovo al novello duca Ludovico Maria Sforza, il Moro, fra dignitari e dame vestite con quella nobile eleganza che si ritrova nei deliziosi personaggi dei Tarocchi viscontei, raffinata espressione della civiltà curtense.
 

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