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Siederò con te lungo il torrente

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di Silvia Marutti

Il mare si muove quieto e profumato di ginestre. La terra è ormai vicinissima, un fazzoletto che custodirà la mia vita da questa sera a chissà quando. Sta dormendo la notte silenziosa mentre dalla piccola scialuppa guardo la grande nave che, sola, ritorna. Poche remate e posso scendere. I piedi protetti solo da due vecchie ciabatte si ritraggono dal freddo dell’acqua dove la luna si specchia nell’increspatura delle onde che si affrettano a diventare schiuma quasi abbiano pietà della mia solitudine muta. 
Vengo scortato lungo un sentiero che si inerpica verso la sommità di una piccola collina. 
Mi fanno entrare in un casolare dove in un’unica stanza sono ospitati una branda, una sedia, un piccolo fornello con poche stoviglie, un tavolo quadrato coperto da una vecchia tovaglia strappata e unta. 
Non c’è serratura sopra la porta. Non esiste possibilità di fuga se non buttandosi a mare per morire di sfinimento dopo poche bracciate, complice l’asma che mi perseguita. Rimango solo alla luce discreta di un lume a petrolio. A terra una vecchia valigia con le poche cose personali che ho potuto portare con me. 
Mi stendo sopra la branda e decido di non pensare a niente. Ci sarà tempo, da domani, per cercare i perché del mio essere qui, lontano dai portici ombrosi, dalle campane gioiose, dalle case gialle di sole, dai viali di tigli spogli di foglie e soffici di nebbia della mia bellissima città. Venisse il sonno sarebbe la cosa migliore. Scoprirò come sarà possibile sopravvivere in questo nuovo mondo quando il sole infilerà caparbio i suoi raggi attraverso le persiane sconnesse. 
Chissà se ci sarà un gallo che sveglia col suo canto la gente che vive su questa terra sospesa fra cielo e mare? Chissà se gli occhi che incontrerò  mi vorranno guardare, se parlerò da solo, se imparerò a scoprire nel silenzio la memoria delle cose non dette perché avevo una parte da recitare? Mi sfrego le mani sulle ginocchia, poi sistemo sotto la testa quello che dovrebbe essere un cuscino. Infine, immobile, lascio che scendano le mie lacrime a scaldarmi la faccia. Nella scoperta della mia umanità fragile come tutte le umanità sole comincio, forse per la prima volta, a volermi un po’ di bene. 
Sai, in questo silenzio immenso mi sembra di non sapere più chi sono. Ho saputo che sull’isola sono presenti alcuni personaggi politicamente nemici. Almeno fino a ieri. La condizione di prigionieri rende infatti ridicolo tale concetto. La differenza fra me e questi uomini è che il loro confino rappresenta la punizione per la loro avversità a un regime mentre io mi trovo qui perché non sono più nessuno. Del mio soggiorno su quest’isola scriveranno che rappresento un indesiderato, un noto pregiudicato, uno caduto in disgrazia dello stesso regime contro il quale essi stanno lottando. Spero non ti dispiaccia se ho scelto te quale destinatario di queste mie riflessioni. Non so quando arriverai, se sarai femmina oppure maschio. Certo di tempo io non ne avrò poi tanto. La guerra in trincea mi ha lasciato in dotazione i postumi di un frettoloso intervento chirurgico alla testa che il medico di turno, ubriaco e disperato, ebbe l’ardire di eseguire. E una croce di merito con l’autografo di Gabriele D’Annunzio. E l’asma che mi fa da tempo compagnia. Voglia il cielo che tutte queste vicende volgano presto a una fine, quale essa sia. Magari mi ammazzeranno con un pretesto qualsiasi. Ho intravisto diverse scogliere sulle quali, a seguito di una caduta accidentale, sarebbe facile fracassarsi la vita. Come faccio a spiegarti che non sono nato con il cuore di un assassino? Sono andato a combattere la guerra in prima linea perché credevo davvero di poter contribuire alla costruzione di un Paese dove si potesse vivere con più equità.
Le parole che più mi insegnavano erano: Patria e Libertà. Libertà! Al mio ritorno pareva che quello che era successo a me e a tanti altri ce lo fossimo andati a cercare per spirito d’avventura o perché non avevamo niente di meglio da fare. Pensa, io che pensavo di essere accolto quasi come un eroe! Vorrei che tu arrivassi presto. Sarai completamente estranea a ciò che ho vissuto e sto vivendo. Lo leggerai sui libri di scuola, qualcuno, spero, ti aiuterà a capire. Mi siederò con te lungo il torrente e cercherò chi sono stato senza paura che tu mi voglia giudicare. Come sarai? Ti sogno femmina,  con gli occhi neri e profondi come quelli di tua madre. Lei adesso è in collegio insieme alle altre figlie mentre l’Ines, la mia Nise’, di nuovo sola a casa con i maschi ad aspettare. Forse mi raggiungeranno, se il mio soggiorno qui non sarà breve. Ci sono le caprette e i fichi d’india, il mare blu profondo, i pesci, l’aria asciutta; il sole scalda tutto, e arriva fino dentro il cuore. Ti prometto che quando sarai grande ritornerò con te sopra quest’isola. Ci voglio camminare ancora, stringendo la tua mano, imparando i tuoi sogni di futuro, l’amore che vorrai, il bacio che poserai sulla mia guancia dura. Fra tutti quanti i baci, il bacio più pulito. E se non ci sarò, ti prego, ascolta tutti e  fatti un tuo pensiero, ma non ti vergognare mai di me. Sarai il mio ponte sopra l’avvenire, tuo nonno Ugo. 
(Il nonno morì quando mia madre aveva diciassette anni, gli altri figli qualcuno di più e qualcuno di meno ed io ero molto lontana a venire. Questa lettera non fu mai spedita. Mi piace immaginare che se fosse esistita avrebbe viaggiato dall’isola di Ponza a Parma custodita dentro un vecchio quaderno per arrivare a me in circostanze fortuite,  quale estrema, inaspettata eredità). 

 

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