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Da Parma a Costantinopoli

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Giuseppe Albertoni

Si conclude con il saggio di Giuseppe Albertoni, dal titolo «Sigefredo I, un vescovo tra Parma e Costantinopoli», estratto dal più complesso «Il Potere del Vescovo. Parma in Età Ottoniana» contenuto nel primo dei due volumi dell’opera editoriale «Storia di Parma» dedicati al Medioevo, il viaggio nella prima metà del Medioevo, quella che tratta i poteri e le istituzioni cittadine, quel complesso di dinamiche che hanno portato Parma a svilupparsi fino ai giorni nostri. La seconda, e ultima, tappa del percorso medievale, in uscita a dicembre per i tipi di Monte Università Parma Editore, è dedicata a «Economia, società, memoria», con i contributi di docenti e studiosi che analizzeranno le altre caratteristiche della società del tempo. Due volumi che raccontano un unico periodo storico lungo e complesso, troppo spesso considerato buio e poco civilizzato, ma che tanto ha contribuito allo sviluppo della società moderna. Chiesa, ordini religiosi, sistemi ospedalieri e assistenziali, aspetti della società più in generale, sono solo alcuni elementi fondamentali che hanno avuto un forte impulso nel periodo medievale e hanno gettato le basi per l’affermazione della società moderna. Di seguito l’estratto di Giuseppe Albertoni dal volume «Parma Medievale. Poteri e Istituzioni».
Tra le figure più significative della storia di Parma del X secolo possiamo annoverare sicuramente il vescovo Sigefredo I, uno dei più stretti collaboratori di Ugo di Provenza, re d’Italia dal 926 al 945. A dimostrazione del rapporto di fiducia e fedeltà che lo legava al sovrano possiamo ricordare un episodio narrato da Liutprando da Cremona, uno dei maggiori storici dell’epoca. Attento a tutti i retroscena dei principali eventi, Liutprando ricorda come re Ugo avesse scelto proprio Sigefredo per una missione diplomatica assai complessa, che aveva come teatro Costantinopoli. Nel settembre del 944, infatti, il vescovo di Parma accompagnò nella capitale dell’Impero bizantino Berta, la figlia del re, destinata a sposare il giovane Romano II, figlio dell’imperatore Costantino VII Porfirogenito. Si trattava di un matrimonio progettato per stabilire un’alleanza tra i due sovrani in un momento politico assai difficile per entrambi. Dotto bibliofilo appassionato di storia, Costantino VII era succeduto al padre nel 912 quand’era ancora bambino, ma ben presto aveva dovuto cedere il potere effettivo a Romano I Lecapeno, suo tutore, che dapprima gli aveva dato in sposa la figlia Elena, poi si era fatto nominare "co-imperatore". Il vescovo di Parma Sigefredo giunse a Costantinopoli in un frangente molto delicato, nel mentre i due figli di Romano I - Costantino e Stefano - temendo un "ritorno" di Costantino VII e una loro conseguente emarginazione, avevano deciso di detronizzare l’ormai indebolito padre, che rapirono e imprigionarono sull'isola di Prote, nel Mar di Marmara. Ma i due cospiratori avevano sottovalutato la rete di alleanze che gravitava attorno a Costantino VII, il quale riuscì a farli arrestare e a esercitare finalmente in prima persona la propria carica. In questo contesto, stando sempre a Liutprando da Cremona, il vescovo Sigefredo si sarebbe trovato ancora a Costantinopoli, dove avrebbe giocato un ruolo centrale nell’ascesa di Costantino VII, garantendogli l’appoggio dell’importante comunità «italiana» presente sul Bosforo. Infatti quando, nel racconto di Liutprando, i due fratelli sconfitti si interrogano sui motivi del loro fallimento, riconoscono la centralità di Sigefredo affermando che il vescovo di Parma «messo di re Ugo, prendendo con sé le genti della sua lingua, cioè gli Amalfitani, i Romani, i Gaetani, è stato per noi di rovina». Al di là dell’importante riferimento alla comunanza di lingua - reale o almeno percepita - tra le nationes degli Almalfitani, dei Romani, dei Gaetani e il vescovo di Parma, sulle cui origini familiari purtroppo poco o nulla sappiamo, la missione costantinopolitana di Sigefredo mette bene in risalto il ruolo tutt'altro che circoscrivibile all’ambito locale di questo e di altri vescovi parmensi del secolo X. Si tratta di una funzione eminente, testimoniata dal frequente esercizio della carica di cancelliere o arcicancelliere regio, una funzione che testimonia indirettamente anche il parallelo ruolo eminente della città di Parma come centro scrittorio, provvisto di una propria «cancelleria» in grado di redigere completamente o almeno in parte i diplomi regi emanati per la Chiesa parmense.
In questo, naturalmente, Parma non fu un caso isolato, dal momento che condizioni parzialmente analoghe le possiamo riscontrare anche per altre importanti sedi vescovili della via Emilia, come quelle di Piacenza, Reggio Emilia o Modena. Sicuramente, però, le scelte politiche e le iniziative di alcuni vescovi di Parma contribuirono a porne in risalto alcune peculiarità, come, per esempio, il rapporto col mondo bizantino, testimoniato non solo dall’ambasceria di Sigefredo I, ma anche, successivamente, dalla partecipazione del vescovo Uberto alla stesura del documento relativo al matrimonio tra l’imperatore Ottone II e la principessa bizantina Teofano.

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