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"Il piccolo principe diventa parmigiano"

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Lorenzo Sartorio
Sabato 3 dicembre nella «Sala Barilla» della «Famija Pramzana», alle 16, sarà presentata un’opera tanto insolita quanto simpatica e del tutto particolare,  ossia la traduzione in dialetto parmigiano (avete capito bene!) del «Piccolo Principe» di Antoine de Saint-Exupéry. Presenteranno il libro   Giorgio Capelli e la presidente della Famija Pramzana Anna Maria Dall’Argine alla presenza dell’autore  Paolo Porcari, artefice anche dei deliziosi acquerelli che impreziosiscono   il volume.
 Sessantacinquenne,  parmigiano del sasso di borgo Felino,  Porcari, che  vive da sempre a Parma, è sposato, ha un figlio e un nipotino. Non si definisce nè uno scrittore nè un intellettuale e, come tutti i parmigiani (o almeno quelli di una certa età), è un  appassionato delle nostre tradizioni e del nostro dialetto. «Dialetto - dice Porcari -  che,  ahimè,  sta per scomparire e credo personalmente di appartenere all’ormai ultima generazione di quelli che, pur comprendendolo benissimo,  lo parlano pochissimo».
 E poi l’autore si confida:  «Non ho hobbies specifici ma vari interessi che spaziano dalle auto d’epoca, alla lirica, al ballo, ai cineproiettori, alla bicicletta e così via... Mi ritengo un buon lettore, sono appassionato di storia in particolare del periodo napoleonico».
Il motivo di una traduzione nel nostro dialetto del «Il Piccolo Principe» («Le Petit Prince»)? «Semplicemente perchè mancava.
Questo racconto per fanciulli, dalla sua prima edizione nel 1943, è stato tradotto in 250 lingue e dialetti vari e ne sono state vendute oltre 70 milioni di copie in tutto il mondo. Un successo straordinario che lo pone al 4º posto della classifica mondiale. Per inciso 1º è il Corano, 2º la Bibbia,  3º Il Capitale di Marx». Tradurre «Il Piccolo Principe» in dialetto parmigiano è stato un lavoro impegnativo, innanzitutto per rispettare fedelmente il contenuto, per connotarlo della scorrevolezza che è tipica del nostro dialetto e per mantenere quell’atmosfera leggera quasi malinconico- spirituale che si avverte nel testo originale.
Vi sono nel testo in dialetto alcune parole ormai quasi desuete o mai udite il cui  significato, però, dovrebbe incuriosire il lettore e spingerlo ad una ricerca più approfondita che non mancherà di suscitare emozioni nel popolo degli amanti di cose parmigiane. Porcari, nel suo lavoro,  si è avvalso di più di un dizionario di dialetto e nella consultazione di questi «sacri testi» si è reso conto di quante siano le parole da tempo scomparse.
Il racconto viene narrato come una fiaba dove al « Principén», un fanciullo proveniente da un lontano pianeta, accade di fare incontri con persone stranissime, con fiori e animali che parlano e si può viaggiare nello spazio da un pianeta all’altro facendosi semplicemente rimorchiare da uno stormo di uccelli. In realtà i vari personaggi che egli incontra nel suo girovagare sono allegorie che rappresentano le deformazioni, i vizi, le debolezze e la superficialità del mondo dei «grandi».
Il messaggio che ci vuole trasmettere l’autore è un invito ad una riflessione anche profonda all’interno di noi stessi, sull'amicizia, sull'amore sulla spiritualità dell’individuo e del suo rapportarsi con i propri simili.
L'autore, l’aviatore Antoine de Saint-Exupéry, nasce a Lione il 29 giugno 1900, discendente da una famiglia di antica nobiltà decaduta ma non certo povera (i Saint-Exupéry ebbero il titolo di Visconti per i servigi resi durante il periodo delle Crociate). Nel 1930 si sposa con Consuelo de Suncin, temperamento d’artista, scrittrice, pittrice e scultrice. Matrimonio a dir poco burrascoso per la diversità dei caratteri e anche per le continue infedeltà coniugali di lui.
Antoine,  idealista e molto coraggioso, tenta senza riuscirvi di battere dei record di volo. Ha molti incidenti gravi, dall’ultimo ne uscirà veramente malconcio e perderà l’uso del braccio sinistro. Pilota dell’aeropostale in tempo di pace e di aerei da ricognizione in tempo di guerra, pubblica cinque romanzi e diversi racconti e articoli. Nel maggio del '43 riprende a pilotare aerei da ricognizione e il 31 luglio '44 viene abbattuto al largo della Costa Azzurra da un caccia della Luftwaffe.
 Il suo corpo non venne mai ritrovato e questo alimentò la romantica leggenda che non fosse morto ma, come il suo «Piccolo Principe», fosse volato su un pianeta lontano.
Ed ora,  grazie a Paolo Porcari, il «Piccolo Principe » parlerà il «dialèt pramzan».

 
 

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