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Premiare il merito per rialzare il Pil

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 di Francesco Mannoni

 

La politica si è limitata a due schieramenti che s'insultano, a un pubblico che fa il tifo per l’uno o per l’altro e tutti avanzano pretese maggiori per ottenere di più. E se si ottiene, ciò avviene a danno del paese o di altri, perché per accontentarli, si fanno debiti astronomici nei quali ci ingolfiamo e non sappiamo come uscirne». 
Poche, precise pennellate, bastano a Piero Angela, scrittore e giornalista, volto televisivo fra i più noti dei migliori programmi scientifici della Rai, per rappresentare il quadro fosco della situazione italiana. E allora è naturale chiedersi, come fa lui in un saggio semplice, rigoroso e sempre equilibrato, «A cosa serve la politica?» (Mondadori, pp. 157, euro 18). «Oggi c'è un forte risentimento contro la classe politica - scrive Angela nell’introduzione - per i suoi troppi privilegi, per il malcostume diffuso, per i costi, l’arroganza, l’inefficienza, la corruzione». 
Con questo libro che arriva come un invito alla conoscenza reale dei fatti in questi giorni in cui la politica in Italia è al centro di proteste, indignazioni, speranze, paure e apprensioni per il futuro del paese, Angela fa il punto sul malcostume italiano e suoi tanti aspetti.
Cosa ha voluto evidenziare con questo saggio?
La direzione in cui mi muovo è esterna e di contorno a quella della cronaca politica quotidiana, perciò nel mio libro non sono mai nominati uomini politici né partiti. L’antefatto della politica è di creare ricchezza altrimenti non si può distribuire niente, e se si distribuisce senza aver prodotto, si fanno debiti e ci si trova nel grande deficit in cui l’Italia sprofonda. Se avessimo pensato più a creare ricchezza oltre che a distribuirla, non avremmo il debito pubblico che abbiamo, con tutti i guasti e preoccupazioni generali di tenuta del paese. Il debito pubblico è la grande voragine che la politica sembra aver scavato negli ultimi sessant'anni.
Per gli italiani è arrivato il momento di tornare a essere attente formichine dopo tanti anni da cicale?
Non è mica detto che uno debba essere più povero: basta produrre di più, attraverso la crescita e lo sviluppo di tutta l’imprenditoria, il lavoro che forma il famoso Pil. Se cresce il Pil, il metro di misura utilizzato dagli economisti per dare l’indice della ricchezza, le cose migliorano. Però, bisogna che il Paese abbia la capacità culturale, intellettuale e educativa necessaria, altrimenti non riesce a produrre. 
Sono questi i fattori base da cui partire?
Sono le cose alle basi di ciascuna politica, ma delle quali non dibattiamo mai. Ai dibattiti televisivi che abbiamo visto a centinaia in questi ultimi anni, si è mai sentito trattare su come applicare il merito nella società? Ciò vuol dire che se noi non ci preoccupiamo di mettere le persone giuste al posto giusto, a cominciare dalla pubblica amministrazione, è evidente che poi troviamo mescolati partiti, stato e governo che in Italia sono diventati la stessa cosa, mentre invece sono cose completamente diverse. Questo è un problema culturale, non è solo politico, manca la conoscenza, perché la gente deve capire in che mondo vive. Nel mio libro mi limito a indicare degli acceleratori là dove, senza spendere un centesimo e premiando il merito, la qualità può migliorare la macchina produttiva.
Al momento pare che l’Italia sia agli ultimi posti in tutto: lavoro, beni sociali, ricerca, sanità. Poco sostegno all’innovazione e all’intelligenza scrive lei: cecità o incompetenza di chi ci amministrava?
Un ragionamento diverso si può fare per la Sanità che in Italia è molto buona rispetto ad altri paesi, e si è scelto di farne una spesa sociale importante. Una delle maggiori voci del passivo, infatti, è proprio la sanità. Ma tutte le altre strutture sono davvero in declino: ricerca umiliata, un’educazione che nei test internazionali risulta in coda, un merito negato, un’assenza disperante di cultura scientifica, valori calpestati, assenza d’iniziative sul piano energetico, università agli ultimi posti nelle classifiche internazionali, pochissime iniziative per concorrere all’innovazione e all’eccellenza.
Una disfatta?
Sì, e potrei continuare dicendo che nella classifica degli indici di resa scolastica, all’età di quindici anni, gli studenti più bravi sono asiatici. Paesi partiti dal sottosviluppo si sono messi sul serio a lavorare, e oggi sono i primi della classe. Non è un problema di soldi, ma di qualità e di capacità. Uso spesso un’espressione: bisogna alzare l’asticella che la nostra situazione ha fatto scendere. I migliori, perché dobbiamo sprecarli a fare delle classi a bassa velocità? Bisogna agire perché quella che sarà poi la futura classe amministrativa e direttiva sia sempre in condizione di operare al meglio. Dobbiamo fare come al Coni: tutti imparano delle pratiche sportive, poi si sceglie il gruppo che va alle Olimpiadi. In America e in Francia ci sono delle università molto selettive, dove si forma tutta la classe dirigente. In Italia non c'è la ricerca dell’eccellenza, ci sono delle persone che diventano eccellenti per conto loro, ma perché come nel calcio, non si fa una selezione nei vivai? Ci impegniamo di più nella selezione dei piedi che in quella dei cervelli. 
Questo vale anche per le università?
Le università americane - piene di stranieri che insegnano, a cominciare dagli italiani -, sono atenei dove entrano gli studenti migliori e all’interno di queste istituzioni si formano le menti del paese. E' un sistema orientato a creare l’eccellenza, far crescere i bravi. Io me la prendo un po' anche con la Cultura con la «C» maiuscola, perché oltre che fare letteratura, musica, arte, bisogna capire il mondo in cui si vive per poterlo trasformare, scriverci sopra, altrimenti si è analfabeti. La nostra è una cultura monca: la parte più filosofica, letteraria, umanistica, giuridica, artistica va benissimo; ma la cultura deve essere qualcosa di più, perché vediamo che disastri crea una cultura non scientifica con una mentalità pre-tecnologica. 

A cosa serve la politica? - Mondadori, pag. 15718,00

 

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