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Bellodi, parmigiano antimafia

Bellodi, parmigiano antimafia
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Gli prendeva la nostalgia al capitano Bellodi. Alla fine del giorno «la striscia di sole che illuminava il pulviscolo sul tavolo gli faceva venire in mente il frullo delle ragazze in bicicletta sulle strade dell’Emilia….E una grande casa, dove la città si abbandonava alla campagna, dolcissima nel lume della sera e del ricordo».
Non è solo Bertolucci ad unire Parma alla Sicilia del «Il giorno della civetta». Sciascia scelse un eroe parmigiano per il suo libro più celebre e molti sostengono che si  ispirò al giovane Carlo Alberto Dalla Chiesa e alle sue prime inchieste in terra siciliana. Sono passati 50 anni dall’uscita del romanzo che, per primo, nel ’61,  svelò, catalogò, il fenomeno mafioso e gli uomini. Un titolo uscito in fretta dal giallo, che nell’Italia all’alba del miracolo economico  ha trovato e spiegato la trama del fenomeno mafioso avvolgendolo di polvere, scirocco e silenzi.  Storia della letteratura e del citazionismo non fosse altro per quell’umanità divisa in  «omini, sott’omini, ominicchi, piglia ‘n culo e quaquaraquà ». Il mondo di Don Arena, storia emblematica di tutte le storie di mafia, con i personaggi: principali e di sfondo. Confidenti e le bocche cucite, addirittura le donne di mafia. Parliamo con Andrea Camilleri di questo anniversario. Camilleri che ha in comune con Sciascia la sicilitudine e l’essere l’altro grande scrittore siciliano del secolo, ma anche l’aver inventato, entrambi, sbirri che non si accontentano della forma che è stata data all'acqua, la forma di verità comoda alla criminalità. Sciascia e Camilleri hanno condiviso anche i primi anni della maturità in esperienze professionali alla Rai, quando le scenografie televisive dell’uno mettevano in onda gli sceneggiati tratti dai romanzi dell’altro, poi l’affermazione della casa editrice Sellerio, amici entrambi di Elvira, Enzo e di Renato Guttuso.
Si sa con certezza perché Sciascia scelse Parma come città di provenienza di Bellodi? Un legame ripreso anche nel film di Damiano Damiani in cui il protagonista è Franco Nero.
«Non posso dire con certezza il perché. Posso ragionare da siciliano e tentare una spiegazione.  So che si disse che la figura del capitano   fosse  stata ispirata  dal giovane Dalla Chiesa in servizio in Sicilia, ma va anche detto che Parma per noi è una città pulita, lineare. Una città di grande senso civico, di grande pulizia morale. Forse anche per questa ragione pensò a Parma».
Sciascia per primo descrisse una mafia che si fa impresa. Un romanzo “contro” perché sdoganò il sentire mafioso dell’onore, dei riti, del reddito della terra verso quella struttura di connivenze politiche e imprenditoriali che travalicano i confini siciliani. La sua uscita fu accompagnata da polemiche. Una dinamica che ricorda la Gomorra di Saviano. Anche allora si tentò una fotografia del “sistema” mafia che ne esplicitasse le trame per creare quella conoscenza e quel risveglio sociale che ne provocasse la sconfitta?
«No, trovo una profonda differenza tra “Il giorno della civetta “ e “Gomorra”, che è una sorta di docu-fiction letteraria. Trovo onestamente più giusta e più adatta la seconda formula che non la prima.  E’ vero che il romanzo di Sciascia era coraggioso perché per primo svelava i legami mafiosi e rappresentava la mafia come industria, ma è altrettanto vero che il personaggio del capomafia diventava un personaggio simpatico. Tant’è vero che la sua famosa divisione dell’umanità entrò nel modo di dire degli italiani ed è, a mio modesto parere, un giudizio estremamente mafioso e razzistico. Questo è il rischio che si corre quando uno scrittore sopraffino deve scrivere di meschinità, un bravo scrittore finisce sempre per nobilitare anche la materia più sordida».
Sciascia diceva che “Il più grande peccato della Sicilia è storicamente quello di non credere nelle idee.” L’eterna lotta del Gattopardo, dell’isola che non crede che il mondo possa cambiare. Prima la Sicilia, poi l’Italia, adesso il mondo. Sogni di riscossa che sembrano scontrarsi inevitabilmente con la realtà. Nel libro il finale è quello di un Bellodi che ritorna nella sua Parma e trascorre una domenica nell’appartamento di amici dove i suoi racconti siciliani intrattengono le giovani amiche radunate intorno al giradischi. Al cinema i capi mafia dal balcone di don Mariano osservano il nuovo capitano e si complimentano “ha famiglia, avrà anche buonsenso.” Dopo cinquant’anni l’Italia è ancora costretta nelle maglie del “particolare”»?
«Vorrei dirle che spesso mi sono trovato in disaccordo con Sciascia quando lui era vivo. Anche questa affermazione che i siciliani non credono nelle idee non mi trova d'accordo. E Sciascia stesso è la prova che quell'affermazione non è valida, lui come  tanti altri, da Gentile a Pirandello. E si contraddiceva creando con Elvira Sellerio una casa editrice essenzialmente di idee. E’ vero che il finale è amaro, ma  le ricordo che l’ultimo pensiero del capitano Bellodi “…è quello di tornarci…di continuare la battaglia”. A quel capitano che ha famiglia probabilmente succederà un altro Bellodi e visto e considerato quanti sono stati i morti appartenenti all’arma o alla polizia o alla magistratura, ancora una volta mi trovo in disaccordo con don Mariano Arena, non con Sciascia».
L’Hinterland palermitano descritto da Sciascia con iniziali che coprono malamente il nome di paesi e città è un gioco che ricorre anche in Camilleri con l’invenzione di un paese, la Vigata di Montalbano. C’è negli scrittori siciliani una reticenza nell’abbinare il luogo fisico ai luogo dei fatti narrativi»?
«In realtà io l’ho fatto proprio in omaggio a Sciascia che mi manca tantissimo. Comunque sì, c’è una sorta di pudore più che reticenza».
Anche Montalbano si guadagna il rispetto dei capimafia. Vince battaglie, senza ovviamente vincere la guerra. E’ cambiato così il ruolo del poliziotto? In 50 anni qualche buon colpo assestato è il risultato che la lotta alla mafia ha portato»?
«Il risultato della lotta alla mafia è quello di trovarsi un ministro dell’agricoltura prossimo a essere processato per collusione con la mafia. Quindi ritengo che la lotta alla mafia prima ancora dei poliziotti e dei magistrati la dovrebbero fare i cosiddetti politici, non solo facendo arrestare i mafiosi  ma i mafiosi coi colletti bianchi che siedono anche in parlamento».  

 

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