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Un antesignano della Pop Art

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Tiziano Marcheselli


Questa recensione della mostra di Toulouse-Lautrec, in corso alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano fino a domenica, è l’ultimo articolo scritto da Tiziano Marcheselli per la Gazzetta il 26 ottobre scorso, poche ore prima del malore che lo ha portato alla morte. 

Si è parlato e scritto molto del piccolo-grande Henri de Toulouse-Lautrec e delle sue esperienze a contatto con l’Impressionismo, l’influsso che ha avuto su di lui Degas e la conoscenza delle stampe giapponesi, ma - a una visione più ampia di quella storicizzata - considerando l’importanza della scoperta della linea, delle tinte piatte, dei colori brillanti e dei soggetti popolari, si potrebbe quasi affermare che questa creatività, priva di pietà e di falsi moralismi, costituirebbe (con le dovute riserve) una forma antesignana della moderna Pop Art.
Se, infatti, consideriamo, oltre alla stesura artistica vera e propria, le teorie filosofiche e sociali di cervelli quali Herbert Marcuse (che ha descritto la società industriale contemporanea come una società repressiva e alienata) e Herbert Marshall McLuhan (che ha studiato i processi e i mezzi di comunicazione di massa), l’attività di Lautrec ci appare proprio proiettata fino alla metà del Novecento, con le teorie e i materiali propri della Pop, dalle illustrazioni alle pubblicità, dai cartelloni dei locali (addirittura anche poco raccomandabili) ai caroselli, dai rotocalchi agli slogan.
Allora, da «L’uomo a una dimensione» ed «Eros e civiltà» di Marcuse fino a «Galassia Gutenberg» di McLuhan, passando attraverso tante pubblicità e illustrazioni di artisti Pop come Warhol, Lichtenstein, Jones, D’Arcangelo, Dine, Rosenquist e gli italiani Adami e Pistoletto.
Considerando, poi, la breve vita di Henri (1864-1901) e il suo aspetto sconcertante (ricordo che José Ferrer, quando lo interpretò al cinema, dovette girare tutte le scene inginocchiato), appare ancora più moderno e stimolante lo stile coraggioso e popolare (seppur non banale) di questo artista nobile che inventa una popular art per farsi comprendere e ammirare da tutti, intellettuali, borghesi e terzo stato.
Basti osservare uno dei tanti manifesti, magari quello del «Divan Japonais», con quella figura di donna dal nero appiattito, per rendersi conto che la mancanza di sfumature e di prospettiva sono cominciate proprio con questo fondatore di un nuovo genere artistico, l’immagine pubblicitaria e commerciale, da cui è scaturita la complessa critica mitologica della società dei consumi rapidi.
E così via, con i dorati manifesti per l’amico Aristide Bruant, fondatore del Mirlito, narrato di tre quarti in una bellissima immagine (felliniana?) con una sciarpa vermigliona e cappello e mantello neri, e, ancora, di fronte, con la stessa mise e la scritta Eldorado; e, infine, di spalle, con le mani in tasca, che volge la schiena allo spettatore. Si tratta di una bidimensionalità che verrà poi usata e ingigantita dagli alfieri della Pop, così come il selezionato colore, mai predominante sulla silhouette.
Ma gli esempi sarebbero tanti, a testimoniare questa preveggenza di Lautrec: dal giallo piatto di «Mademoiselle Polaire» ai neri ciclisti della «Catena Simpson», dalla monocromatica «May Milton» alle figurette di «Ai piedi del patibolo», al movimento di «Caudieux», al Can can de «La Goulue», e via via di questo passo modernissimo.
Ma, forse, resta un grosso dubbio: sarà proprio la decadenza della società raccontata da Toulouse-Lautrec a costituire l’aggancio con la decadenza della società contemporanea? La storia - si sa - si ripete in continuazione. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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