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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - I guanti della bella signora

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Marta Silvi Bergamaschi

Il dottor Eugenio Mauro, da quando è in pensione, si sveglia all’alba. Il suo letto di scapolo è così ordinato che neppure ci sarebbe bisogno di rifarlo. Eugenio vive solo. Una colf saltuariamente accudisce la casa. Non si è mai sposato. La sua vita è una lunga strada senz’alberi, dove danzano figure surreali: le sue brevi, vacue avventure, lontane ormai come una convulsa risata. Mai incontrata la donna giusta, pensa Eugenio, ex funzionario di banca. Un lavoro importante, portato a termine con estrema onestà. Carriera? Macchè. Non ci ha mai pensato. Ha soltanto lavorato sodo e letto con molta attenzione soprattutto Bertolt Brecht. Apre le antiche imposte: tutto ha lo stesso colore, la nebbia, simile a un bizzarro fantasma, ha annullato la strada, se l’è succhiata come si succhia un gelato. È inverno, pensa Eugenio, mi è davanti un’altra giornata fatta di…che cosa: i giornali, il bar, due chiacchiere qua e là…la noia e la solitudine, compagne tetre che lo precipitano in uno stupore disincantato. Questa è la pensione? No, questa è la vecchiaia. I miei settantatrè anni si fanno avanti come un osservatorio con lenti offuscate. Chiude la finestra, legge, pensa, si distrae, va in bagno, fa la doccia, si veste. È ancora un uomo piacevole. Alto, magro, leggermente calvo, occhi attenti, sempre un poco spalancati, di uno che chiede: e io chi sono? Semplicemente un uomo timido, roso dalla timidezza come un tarlo. E la timidezza spesso è scambiata per superbia. Ognuno nasce e scopre a poco a poco come non avrebbe voluto essere. Bene o male, si accetta. Eugenio esce. Si dirige verso il solito bar, in centro, per la colazione. La veranda è riscaldata; evita, se può, l’interno del bar, troppo rumoroso. Ed ecco entrare una elegante signora, mai vista: alta, ma non troppo, sottile e fragile in un bel cappotto nero, un floscio, ampio cappello ondeggia, come un’enorme farfalla, sulla delicata testa color platino. Il viso è minuto, un ovale perfetto, gli occhi grandi, neri e acuti. Si siede, si guarda intorno e inizia a togliersi i guanti. Eugenio la guarda affascinato. Muove le mani lentamente, quasi i guanti siano incollati. Le mani lunghe, flessuose, sensuali emanano un alito erotico terribilmente eccitante. Eugenio s’innamora di quelle mani: quel loro muoversi è inconsueto, pare posseggano una propria vita, dicano infinite cose colorate, leggere, scherzose, ridenti: e promettano carezze dolcissime. I guanti finalmente le lasciano libere. Eccole: mani bianche e lunghe, dita sottili, unghie colorate di un tenue rosa: sono bellissime. Ora, pensa Eugenio, mi avvicino, le chiedo se ci siamo già visti (sì, mi pare…) da qualche parte. No, non va bene, troppo banale. Potrei dirle: lei, signora, è molto bella. No, sfacciato. Ma può nascere così, improvvisamente, irrazionalmente l’amore? Proprio l’amore è assolutamente irrazionale: è un’illusione ottica, è un crescendo musicale, è una confusione di tutti i sensi. Ora Eugenio pensa alle sue superficiali avventure: fiori appassiti e niente più. La signora ordina un caffè. Il cameriere la guarda stupito. Perché? Eugenio è geloso. Ma perché la guarda con tanta insistenza? Quali intenzioni ha, il vanitoso? La signora non è poi giovanissima. È semplicemente una signora di mezza età. Quarantacinque, cinquanta? Non importa, è affascinante, ha qualcosa di particolare: fresca, luminosa. E pure misteriosa con quel suo irresistibile sorriso ironico che danza sulle belle labbra appena appena pitturate. Ora mi alzo, pensa Eugenio, le parlo. Tiene, tra i denti serrati, le prime parole impazienti d’involarsi. Ma restano tra i denti. Ricorda un giorno della sua adolescenza. La madre gli dice: ma a chi assomigli, così timido e riservato! Occorre essere coraggiosi e furbi se nella vita si vuol combinare qualcosa. Ricordalo. Il padre aveva borbottato: meglio l’intelligenza. I furbi spesso non sono intelligenti. Ricorda anche questo. Le parole lontane della madre però gli sono calate dentro come tizzoni accesi. Non le ha più dimenticate. Nel suo pensiero brillano come lame. Errori della vita? Ora vuole davvero avvicinarsi alla signora, che sorbisce il caffè lentamente, con grazia e piacere. Si alza, le gambe sono dure, lo reggono male. Le è davanti. Lei lo guarda stupita. –Signora, le dice, le è caduto un guanto.- Si china, l’afferra, glielo porge. –Lei è veramente gentile,- sussurra la signora. Eugenio se ne va lungo la strada dove la nebbia, bianca come latte, ha cancellato ancora una volta ogni calore.

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