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Arte-Cultura

Ombre ambigue sul primo '900

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Sergio Caroli

La parola «notturno» non evoca solo il crepuscolo e l’oscurità della notte con il suo carico di inquietudini e turbamenti, ma un sentimento del tempo. E un sentimento del tempo che da una parte abbandona un’epoca trascorsa, l’Ottocento - con i suoi grandi eventi e i suoi grandi uomini, con le passioni nobili e generose del Romanticismo e del Risorgimento - ma lega quel passato a un’ansia vaga nell’avvenire, anima la prosa di «Notturno italiano - L’esordio inquieto del Novecento» di Lucio Villari, docente di Storia contemporanea nell’Università di Roma Tre (Laterza, pag. 200, euro 16).
Vi si tematizza l’idea del passaggio da un tempo a un altro e di sentimenti contrastanti e diversi : da una parte nostalgia, rimpianto o chiusura con il passato, dall’altra un’apertura, ma inquieta, della quale non si ha percezione esatta, ma che poi sfocerà nell’immane tragedia della Grande Guerra.
Professor Villari, fu la politica a risvegliare nell’ultimo decennio dell’Ottocento la storia italiana alle vicende dell’Occidente?
La fine dell’Ottocento ha risvegliato, credo, quella che poi sarà la croce e la delizia del Novecento, e cioè la lotta di classe, lo scontro fra capitale e lavoro, che non apparteneva al decennio precedente in modo così esplicito. L’ultimo decennio fa esplodere, non solo in Italia, quella che potremmo chiamare la «resa dei conti». E non mi riferisco solo agli sviluppi del socialismo e del marxismo teorico - parlo di Antonio Labriola e altri - ma agli scontri sociali culminati nelle stragi di Milano del 1898. Mi riferisco anche al fatto che l’idea di socialismo è assolutamente nuova nella storia della lotta politica in Italia. Affiderei quindi al socialismo e alla conseguente paura della borghesia la definizione del risveglio che caratterizza la fine del secolo.
Il primo decennio del nuovo secolo fu la diretta conseguenza del secolo precedente?
Quando uno immagina un passaggio di secolo - anche noi l’abbiano vissuto nel trapasso dal Novecento al Duemila - c'è un’attesa straordinaria di cambiamenti, tipica di tutti i passaggi di secolo. Assolutamente inquietante fu, ad esempio, il trapasso fra il Settecento e l’Ottocento con gli sconvolgimenti della Rivoluzione francese e dell’era napoleonica. Questi passaggi di secolo trasmettono al secolo nuovo tutte le vitalità, tutte le inquietudini, scientifiche, religiose e letterarie, tutte le presenze positive e negative proprie di ogni fine secolo. Io mi fermo al 1910, ma tutto ciò che avviene in quel decennio è la diretta conseguenza dell’ultimo decennio dell’Ottocento espansa grazie agli sviluppi dell’economia, della scienza, della tecnica. Si pensi a tutte le realizzazioni uscite da quegli anni estremamente fertili. Invenzioni come le automobili, gli aerei, la radio - cito solo pochi esempi - fanno entrare nei misteri della natura come non mai era accaduto. C'è il senso non di una frattura, ma è come la cerniera di una porta che si apre e il nuovo secolo si spalanca.
Lei restituisce alla sua grandezza la figura, oggi dimenticata, di Eugenio Torelli-Viollier, il fondatore e direttore responsabile, fino alla morte, del «Corriere della sera».
Direi che fanno di tutto per non ricordarlo. Persino nella testata del «Corriere» è scritto «fondato nel 1876», ma non dicono fondata da chi. Gli eccidi del generale Bava Beccaris a Milano hanno rivelato l’autenticità del liberalismo di Eugenio Torelli-Viollier, un uomo che credeva nei valori liberali, ma anche nel rispetto delle regole, dei lavoratori e della nascente democrazia. Questa visione liberale aperta egli la esprime già nel primo numero del «Corriere», che uscì il 5 marzo 1876, laddove dice: «io sono liberale, ma sono un liberale anche conservatore; credo che il compito del conservatore sia quello di conservare quello che stato dato all’Italia, cioè, l’indipendenza, l’unità, la libertà e l’arte. In grazie a questo è avvenuto un gran fatto: che Roma è stata emancipata dai papi che la tennero durante undici secoli, e in grazie a loro vediamo un fatto singolare che un cardinale paga la ricchezza mobile, che una chiesa protestante è stata costruita presso San Giovanni in Laterano».
Lei istituisce un parallelismo tra l’Italia alla vigilia della Grande Guerra e l’Atene rappresentata nel 425 a. C dal ventenne Aristofane nella commedia «Acarnesi».
Nella sua prima commedia il giovane intellettuale ateniese è colpito dalla contraddizione tra l’immagine della pace - che assimila all’eros, al godimento assoluto - e gli spiriti bellicistici scatenatisi nella guerra del Peloponneso. Anche l’Italia faceva parte di un’Europa in pace da quarant'anni, ma vi fermentavano spiriti bellicistici che eromperanno con violenza nel '14-'15. Il mio «Notturno» parte dalla considerazione che tutte le cose che avvengono quasi involontariamente porteranno al loro opposto: tutto quello che si è scoperto e inventato è come se si preparasse all’autodistruzione che poi ci sarà.  
Quali effetti ebbero sullo spirito pubblico degli italiani le roventi polemiche di Papini, Prezzolini, D’Annunzio e Marinetti?
Sono loro che hanno preparato il sentimento della morte proprio del nazionalismo italiano che porterà alla prima guerra mondiale. D’Annunzio un po' meno, ma tutti gli altri sono esaltatori della morte. Personaggi di un cinismo assoluto, c'e in essi una specie di uso letterario della politica, che è più pericoloso dell’uso politico della politica stessa. I politici possono essere cinici, questi sono dei cinici senza rendersene conto, confondono la realtà con la loro immaginazione.
Notturno italiano

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