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Farnese, estinzione prematura

Farnese, estinzione prematura
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Andrea Zanlari
La prematura estinzione della dinastia Farnese, avvenuta nel 1731 con la morte di Antonio, ultimo Duca di Parma, aveva dall’inizio tutte la carte in regola per sollevare l’interesse degli studiosi e l’interesse degli appassionati.
L’evento catalizzava gli interessi delle Corone francese e spagnola; della Corte Imperiale austriaca e della Sede Apostolica romana, i massimi protagonisti della vita politica del tempo; ed era quindi tale da condizionare gli stessi equilibri istituzionali europei, ben oltre il futuro di un piccolo Stato padano.
Eppure, anche dopo che si sono sciolte le alleanze e sopite le inevitabili partigianerie, la storiografia ufficiale ha stentato ad affrontare l’intrigante tema con il dovuto rigore scientifico. C'erano da ripercorrere le vicende di tre secoli di relazioni diplomatiche, controversie dinastiche e personalismi di bassa lega. il tutto maturato nel corso di tormentati decenni ricchi di trasformazioni e incoerenze, alimentate da Riforma e Controriforma; da antiche famiglie nobili e nascenti Stati nazionali; da etica cattolica e morale rinascimentale, cultura arcaica e razionalismo moderno. Erano i tempi, ricordiamolo, di Francesco Bacone, di Cartesio, di Galileo, dei controversi provvedimenti assunti dal Concilio di Trento.
E soprattutto, come se ciò non bastasse, dovevano essere messi a nudo parecchi particolari scottanti non secondari riguardanti una famiglia cattolicissima, che aveva lasciato un fulgido ricordo ovunque avesse governato: dall’Alto Lazio di piccoli Ducati dell’Italia Centrale fino alla magnificenza dei Ducati di Parma e Piacenza. Era difficile per chiunque, come si dice, scoprire certi altarini, senza perpetrare un tradimento; senza violare valori sacrali, in un clima di generale ipocrisia, naturale figlia della cultura ottocentesca, durata fino alle soglie del Secondo Millennio.
Con questa premessa Carlo Fornari, scrivendo il suo ultimo libro La fine della dinastia Farnese, una tragedia annunciata, edizione Mattioli 1885, ha finalmente dimostrato la necessità di interrompere la tendenza, stimolando la storiografia farnesiana ad avviare una fase di maggiore consapevolezza e maturità.
In realtà, l’esperienza culturale insegna che senza approfondire e raccontare tutti i particolari, anche quelli più reconditi e imbarazzanti, non si può fare davvero storia; non si possono ricostruire tutti i tasselli di un passato che si presenta a prima vista oscuro e contraddittorio solo perché raccontato attraverso i grandi avvenimenti, senza analizzare con la necessaria chiarezza le singole vicende nei loro aspetti più intimi ed umani. Si tratta evidentemente di fatti per i quali si rende necessaria un’indagine lunga, accorta, che deve essere svolta - e qui sta l’aspetto più arduo dell’impresa - nel rispetto della cultura di ciascun tempo, dove spesso la religione, la morale, il senso dello Stato, le relazioni familiari e i rapporti interpersonali sono distanti da noi più di quanto possa dimostrare il tempo trascorso.  Non è lecito occultare un avvenimento di cinque secoli fa solo perché non rientra nella nostra morale. Questo recupero storiografico dimostra ora di saperlo fare bene Carlo Fornari che, giova ricordarlo, è stato il primo a raccontare senza remore o falsi pudori, con rigore storico accompagnato dal massimo rispetto culturale, la vera vita di Giulia la Bella, la cortigiana di lusso sorella di papa Paolo III Farnese.
Ed ora, ripercorrendo la vita dei Farnese, soffermandosi sui fatti che hanno in modo più o meno determinante contribuito alla loro estinzione, dimostra che gli argomenti degni di considerazione sono tantissimi.
La mancata accoglienza ricevuta dalle famiglie patrizie romane più titolate; le scalate alla gerarchia cattolica romana con metodi a dir poco. machiavellici, non certo rispettosi per l’ambiente religioso in cui vivevano; le irragionevoli ambizioni militaresche; gli eccessi di nepotismo; le conclamate forme di superstizione e le alchimie, in un mondo che si stava orientando al metodo scientifico.
Fino ai matrimoni tra consanguinei e alla maledetta pinguedine: una forma di obesità devastante, che ha avuto le caratteristiche per essere considerata ereditaria, deformando l’immagine di tutti i maschi della dinastia nati dopo Ranuccio I.
Alla fine, si scopre una sorta di congiura famigliare, protagonista il penultimo Duca Francesco. Costui, considerato il migliore tra i principi della sua stirpe per i buoni costumi e le rare virtù, è colto nell’atto di favorire la dissolutezza del fratello Antonio, il cui matrimonio disimpegnato, senza eredi, condannerà la dinastia all’estinzione favorendo la cugina Elisabetta, interessata a portare sul trono di Parma il figlio Don Carlos di Borbone.
Una svendita del Ducato alla Spagna fatta in stile medievale, da valutare accanto alle concrete testimonianze che vogliono lo sventurato ultimo Duca vittima di una congiura di palazzo, con ogni probabilità morto avvelenato. 
Non c'è dubbio che l’opera di Fornari, rispolverando fonti e ricostruendo fatti storici, si propone come un primo tentativo di avviare una moderna revisione storica farnesiana. Ma leggendo, non è difficile accorgersi che la strada in questo senso è ancor lunga; degna tuttavia di essere percorsa, quando oggi esistono sistemi di indagine scientifica capaci di riaprire processi e scoprire verità nuove, forse definitive.
Una possibilità questa da non perdere, per condurre finalmente l’illustre dinastia al posto che le spetta nel panorama culturale europeo.

 

 

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