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Veronesi, solitudini di carta

Veronesi, solitudini di carta
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 di Anna Folli
In Italia, quello dei racconti è un genere poco amato dai lettori e, di conseguenza, dagli editori. Speriamo che, a questa regola, faccia eccezione la raccolta di Sandro Veronesi che di lettori meriterebbe di averne davvero tanti. In «Baci scagliati altrove» (il titolo viene dal verso di una poesia composta dallo stesso Veronesi una ventina d’anni fa, «Elegia per un Sancristoforo») sono radunate quattordici storie scritte in epoche molto diverse e in parte già pubblicate. Nel loro insieme (anche se a volte in modo discontinuo) dimostrano in modo inequivocabile la qualità di uno dei più notevoli autori della letteratura italiana contemporanea, capace come pochi altri di raccontare con lancinante profondità piccole e grandi vicende di ordinaria sofferenza quotidiana. I racconti di Veronesi sono molto vari per i toni e i temi trattati. Ma è possibile rintracciare un filo conduttore che li lega strettamente l’uno all’altro: in ognuno di essi, infatti, esce prepotente il senso della morte e della sofferenza. A volte (da «Profezia» a «Morto per qualcosa», da «Quel che è stato sarà» a «Baci scagliati altrove») queste due realtà intimamente correlate assumono una tale rilevanza da diventare protagoniste della vicenda narrata. Altre volte, invece, la morte appare in chiaroscuro e quasi si insinua tra le righe in modo più lieve e smorzato ma ineludibile. L’altra presenza spesso incombente è quella del padre, a partire da «Profezia», il racconto che apre la raccolta e in cui più evidenti sono i riferimenti autobiografici. Quasi a rendere più sopportabile il proprio dolore, in «Profezia» Veronesi proietta nel futuro, ma senza lasciare alcun dubbio sulla realtà di un’esperienza già vissuta, la sofferenza per la lunga agonia e la morte del padre. E l’autore toscano è bravissimo nel rendere questa dolente figura paterna ormai allo stremo, eppure ancora vivo e combattivo, ancora «lui», con tutte le passioni e le idiosincrasie che il figlio ha amato o ha combattuto. Scritto come un fiume in piena che non può essere interrotto da alcuna interpunzione «Profezia» rappresenta forse il punto più alto e certamente il più coinvolgente della raccolta. Trasmette (ed è raccontato benissimo) il senso della fatica del figlio che accudisce il padre morente ma testimonia anche la potenza del loro legame, rafforzato dai tanti frammenti di vita condivisa. La figura paterna è centrale, ma questa volta in senso negativo, anche nel terzo racconto, «Quel che è stato sarà», in cui due ragazzi hanno avuto la loro esistenza distrutta dallo straripante ego dei loro padri. E l’esito drammatico della storia è la risposta abnorme di uno dei due figli alla necessità di essere diverso, di deragliare dalla strada che il padre ha già tracciato per lui senza tenere conto delle sue reali aspirazioni: «La faccia dell’aguzzino, in effetti, l’ha sempre avuta... - racconta il protagonista-narratore - Ma ce ne vuole prima di capire una cosa del genere riguardo al proprio padre. Per troppo tempo devi pensare col suo cervello, per troppo tempo è impossibile dubitare della sua parola. Così, quando vedi le cose come stanno, è già tardi, non puoi più agire, devi soltanto reagire». E’ invece la figura del fratello maggiore, Gino, che aleggia a distanza in «Un pesce rosso». Nel racconto il suo fascino sulle donne è forse all’origine del male di vivere di una ex fidanzata che, per curare la sua assenza, si rivolge al fratello minore. Padri, figli, fratelli: come già nei romanzi precedenti, la famiglia rimane al centro della narrazione di Veronesi. E forse nell’importanza che l’autore toscano le ha sempre dato nelle sue opere va cercato nel tentativo di trovare, attraverso i rapporti parentali, un antidoto alla solitudine: «L'uomo buono paga fino in fondo con la sofferenza solitaria di ogni volta in cui spera di non sopravvivere all’immensa responsabilità della cosa fatta – scrive Veronesi in “Il Ventre della macchina” - e invece sopravvive, ammutolisce e passa oltre. I dolori si dileguano, i pentimenti si confondono, i contorni del ricordo si dissolvono: e poi stordisce, e appaga, questo mistero di una vita tanto più grande di tutti i suoi pezzi messi insieme».  
Baci scagliati altrove -  Fandango, pag. 184,  13,00 

 

 

 

 

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