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Critici, vil razza dannata

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di Sergio Caroli

C ompie 92 anni oggi Roman Vlad, musicista d’incomparabile versatilità, pianista d’alta scuola, uomo di vasta e raffinata cultura.  Ora il compositore d’origine rumena affida per la prima volta alla pagina scritta il racconto della sua vita. In «Vivere la musica», redatto con l’aiuto di due musicisti e amici, Vittorio Bonolis e Silvia Cappellini, (Einaudi) fluiscono le vicende, gli affetti, gli eventi, gli incontri di un’esistenza ricca come poche di avventure dello spirito, nella quale si raccoglie quasi un secolo di storia d’Europa: dall’infanzia nella grande casa di campagna di proprietà dei nonni materni a Vascauti, un piccolo centro a circa 40 km da Czernowitz, antica capitale del ducato di Bucovina, agli studi musicali nella Roma fascista, ai grandi successi mietuti nel mondo intero. Con saggezza e sottile umorismo Vlad ripercorre gli infiniti ricordi di un’esistenza votata al culto della musica, offrendoci un vivido affresco della cultura del XX secolo. 
Lei scrive che Bach le apparve in sogno: è una metafora per esprimere il suo amore infinito per la musica, nato in lei quando aveva quattro anni e scrisse la sua prima composizione, o è un’esperienza reale?
«No, no, non è una metafora. Io ho sentito veramente la voce di Bach. Analizzavo la Grande Messa cercandovi il motivo desiderato. Nel sonno sento una voce baritonale che parla in antico tedesco, che io conosco, e mi dice: "tu cerchi il mio nome", e mi dice in quale passaggio della viola nella Messa in si minore è nascosto il nome BACH. Io l’ho messo a dimora fra la prima e la seconda battuta nella parte della viola nel Kyrie. Non dico che fosse Bach. Forse era l’uomo della notte; usava però parole tedesche che nessuno conosce più. Ero molto emozionato, perchè in effetti la tensione della ricerca era quella». 
 Nel gennaio 1939, lei tornò in Italia per partecipare all’esame di ammissione all’Accademia di Santa Cecilia. Può raccontarci come andarono le cose? 
«Mi presentai al concorso, ma senza sapere che c'era il numero chiuso: 12 studenti per 2 anni. Non avevo alcuna lettera di presentazione né conoscevo nessuno. Mi fu detto che i posti erano tutti coperti. Ero molto deluso. Per fortuna Casella, il quale uscì dall’aula degli esami, mi vide seduto un po' triste, con delle musiche sotto braccio e su una lesse ''Busoni - Elegia all’Italia''. Si fermò e mi disse: Ah, cosa hai qui? Busoni? Vide che avevo anche la Sonata di Alban Berg, la Sonata di Stravinskij e l’Opera 19, sei piccoli pezzi al pianoforte di Schonberg. ''Ma tu suoni queste musiche?'' mi chiede. Rispondo si. ''E da dove vieni?'' - ''Vengo dalla Romania''. ''Ah, la patria del mio grande amico e benefattore Gorgio Eminescù''. Mi fece entrare nell’aula. La commissione era presieduta da Gian Francesco Malipiero. Mi fecero suonare e decisero di crearmi un posto extra. Quelle musiche erano proibite nella Russia di Stalin e nella Germania di Hitler, ma in Italia erano sconosciute. Vissi un anno o due eseguendo quegli spartiti».  
 
 Lei ha studiato profondamente musica del Novecento, compresa la dodecafonia; ma dal punto di vista compositivo non si riconosce in alcuna scuola. Come definirebbe il suo linguaggio musicale?
«Cercherò di spiegarlo anche a chi non è introdotto nella tecnica. Il nostro sistema musicale è basato su un intervallo cosiddetto di ottava, perchè comprende le sette note, do re mi fa sol la si, che corrispondono ai sette tasti bianchi del pianoforte. Oltre a questi ce ne sono altri cinque neri: do diesis fa diesis eccetera. In tutto il nostro sistema comprende dodici note. Sino alla fine dell’Ottocento la musica si basava soprattutto sull'uso dei tasti bianchi delle sette note; gli altri, le pecore nere, venivano introdotte di passaggio. Si diceva allora che venivano ''cromatizzate''. Il sistema dei dodici suoni era detto ''cromatico", quello dei sette ''diatonico". In Wagner, soprattutto, si compie un processo di introduzione sempre più organica di tasti neri fra i tasti bianchi, ossia una cromatizzazione del diatonicismo. Il mio stile è forse l’inverso. Seguo un indirizzo che tende a rendere diatonico il cromaticismo. Uso le dodici note in modo libero. Già Bach lo faceva, tanto che esistono trattati in cui viene definito un compositore dodecafonico. Ma questo i nostri critici e i cosiddetti musicologi non lo sanno».
Perchè non ama il termine "musicologo"?
«Io non credo nella critica musicale. Essa non può essere giusta con un’opera d’arte. Solo l’amore può essere giusto. Sa perché? Un poeta francese, Pierre Jean Jouve, diceva: "non esistono opere d’arte, esistono opere d’arte possibili". Quando ero ragazzo l’Opera 19 di Schonberg mi sembrava vuota. Adesso so che ero vuoto io allora. Oggi mi sembra piena, perché ho avuto l’intuizione. E’ l'intuizione che detta l’amore per l’opera d’arte. L’analisi segue dopo». 
Vivere la musica  - Einaudi, pag. 239,  14,00
 

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